Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Mensili: dicembre 2011

Analogico/digitale.

Ci sarà un tempo fatto di caprifogli, dove si sperimenterà il noi e non si ammiccheranno sentimenti in perenne scadenza. Dove i fax simili di serenità a tempo determinato non ci faranno tremare. Ognuno per sè.

C’era una cosa che mi faceva sorridere: il tuo senso di spaesamento di fronte all’inevitabilità del “dopo”. Cosa succede dopo? e dopo? chi viene dopo? L’imminente senso di smarrimento per ciò che sarebbe stato solo in un momento postumo.

Nel fra-(t)tempo soggiorni nel disimpegno e ti meravigli di quello che passa e lascia. Il tempo. Arriva  e prende. Lo guardi stupito e assente come si guardavano i tram sul lungotevere nelle sere di fine settembre, quando il campo era sfuocato e per sbaglio, solo per sbaglio, lo scatto era poi splendido. “Non c’è obbiettivo se non c’è cuore”. Ripetevi.  Allorecchio, piano piano, ti dicevo che “non smette mica di passare, al limite sei tu che ti fermi”. Esattamente come stai facendo ora, maledendo i forse e giustificando il tutto con pregiatissime note a piè di pagina. Di default mi chiedi se hai sbagliato, e a fatica trattengo il timore dell’incomprensione che da sempre mi porto dietro e che ancora non so dove lasciare. Perchè inquina. Inquina e rovina tutto. Io questo lo so.

(Ci avevi mai pensato a quelle a fine capitolo? )

Ho smaltito rifiuti e rammendato discorsi. Ora sono io che mi fermo. Mi fermo senza voler aspettare.

Zenzero e cumino, lasciati li…..

Sotto gli occhi, piccoli nei.

La barba mi sa di casa. Mi sa di caldo di qualcosa che contiene. Protegge. Quando da bambina leggevo storie di ritorni il simbolo che ne disegnava il percorso, la lunghezza del viaggio, era la barba. La visione di un uomo stanco con gli occhi colmi di immagini e il cuore saturo di mancanze.  La barba mi raccontava del punto di incontro fra la dimensione della lontananza e quella dell’attesa. Uno spazio rarefatto dove i due universi chiudevano fuori tutto il resto. Li rimaneva solo quello che dell’uno l’altro aspettava. Così immaginavo il passo veloce dell’entusiasmo di chi resta, lo stupore, la timidezza di un desiderio a lungo appoggiato, li, dove lo vedi con difficoltà nello scorrere del giorno, nelle accortezze delle cose da fare, nell’affanno di quelle cui rinunciare, ma che non cede mai il passo al dimenticare. A quello che era senza quello che è stato. Il ritorno.

Ti aspettavo tutte le sere come si aspetta un papà. Giocando su un tappeto e sfuggendo a un rimporvero. Una sera poi, ho smesso di farlo. Il tappetto era diventato un luogo senza appigli e tu non ti affiacciavi più.

Senza ricordare i piccoli anni che si contano su una mano sola, qualcuno urlò brusco di uscire dalla cesta dei giochi dove mi nascondevo quando percepivo che qualcosa non andava. Sono uscita e le luci erano spente. Il vestito della mamma era sbiadito e i capelli delle mie sorelle diversi. Anche la mia faccia era diversa, le ginocchia non si sbucciavano più negli scivoloni sul marmo lucido del salone e il parquet del corridoio aveva smesso di scricchiolare. Tutto era in silenzio. Estraniante attesa nel chiasso di una strana festa dove ognuno mi era improvvisamente estraneo.  Anche la vicina mi sembrava sconosciuta.  E anche la cesta dei giochi non era più la stessa. La mia voce era cambiata e i miei occhi non ti trovavano più. Eri fra le ciglia, umide e scure. Impigliato in un nodo che stringe e non molla. Nascosto da quel velluto bagnato e imprigionato li. Fuori da me.

Fra le mani stringevo un topolino dalle orecchie giganti che amavo fedele da quando avevo avuto gli orecchioni. Che storia quegli orecchini li papà. Il lettone era caldo e la luce del comodino mi ricordava i racconti di Poe. Tu ti alzavi e andavi in bagno, poi tornavi e dopo avermi messo le gocce calde nell’orecchio mi posavi piano la tua mano grande li dove mi faceva male. Il topolino era di spugna e aveva una tutina celeste. Gli stringevo la zampa e ci strusciavo su il dito liscio. Era un po ruvido e quel contrasto mi rilassava.

Rarefatto. Di nuovo. Ancora. Lontananza e attesa.

La gente parlava, qualcuno perfino rideva e mangiava qualcosa. Mia madre aveva un vestito bellissimo ma era triste. Bellissima e triste. Ma come sempre educata e all’altezza. “Composte bambine, composte”. Che io composta papà non lo sono mai stata e nessuno infatti ci ha mai creduto alla storia del vestitino blu e delle calze bianche al ginocchio. Che io tendevo sempre li dove mi veniva detto “no!” Infatti papà, e non ti arrabbiare poi che ho disubbidito alla nonna che mi cercava e  mi voleva sistemare il vestitino, io in tutta quella gente, alla quale dal mio nascondiglio vedevo solo le gambe, cercavo un po’ ebete la tua faccia, sperando che, chissà, a un tratto saresti entrato dalla porta grande del salone e avresti fatto smettere quell’assurda macabra teatralità a mezz’asta. Persone fatte solo di gambe, voci senza busto, senza facce, perchè di faccia io, da li, volevo vedere solo la tua. E se vessi avuto la barba, papà, magari un giorno poi saresti tornato, il tappeto sarebbe stato ancora quello dei giochi e la mamma avrebbe smesso di essere educata.

Santè…

(ti ricordi mica se il destro è più grande?..il mio si, per dire..)

Era di maggio. (a darsi le mani e chiudere il cerchio)

Perchè se mi parli di quello che era e ora non è, perchè se con la forchetta trascini briciole distratte parlando del nulla e guardando ovunque tranne che qui, ..allora dove va a finire il senso? Perchè infatti va a finire. Ma lo sai.

C’era qualcuno, nei lenti pomeriggi, che disegnava i contorni delle cose e ne cercava l’origine con alchemica curiosità.

Perchè poi se vai via allora io quasi sono contenta (che non è felice ma contenta), raccolgo i pezzi e riordino i forse. Distinguo i però, li peso e ne osservo la diveristà. Prima persona singolare. Seconda persona singolare. Ma come la si osserva una diversità se gioca a nascondino con altalenanti scuse di comodo? Se la si copre come fosse qualcosa da disprezzare come fosse il brutto da cancellare?

Please, please me.

(e poi non lo so se sono la seconda persona singolare. O la prima).

Ri-ordini.

Che poi a doversela inventare una felicità forse c’è anche più gusto.
Solo poi bisogna crederci. All’invenzione e all’inventore.

Di modalità inespresse e di supermercati dove non vendono i sentimenti. (da supercose, perdire, il reparto bio non ha le zuppe di legumi e le gallette di mais sono quelle alte, spesse, che sembrano polistirolo sparso la mattina di natale)

Servirebbero cartoni d’amore a lunga conservazione.