Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Mensili: gennaio 2012

Poche cose.

Ti ho detto che ero triste. E tu mi hai risposto “perchè sei felice”.

Può avere un peso la felicità? Avrei tanto voluto credere ai tuoi disegni di sorridenti futuri, dove nessuno porta con sè il ritratto simulacro di quello che è stato. E’ stato?

Non era che una stanza, nemmeno mia. Vestiti appesi e un po’ di ordinario disordine. Tanti ricordi e troppe porte sbattute. Eppure li, fra i tuoi fogli, ero semplicemente spettinata, profumata e tiepida. Di quel tepore che al mattino ti fa spazio fra le gambe e inchioda desideri. A intrecciare stupori e promesse distratte.

Perdona il mio animo bucato.

(un tempo trovavo i chicchi di arabica estremamente romantici e allegri.

Ripetevo a memoria il Candide e aspettavo buona e paziente, facendo finta di essere così. Buona e paziente.

Intorno era la brina e calpestarla, era solo peccato.)

Di lune a cavalcioni e ragioni a metà.

Giorni distratti. Fatti di tutto e soprattutto di niente. Ti bastavano quei giorni? Mi manchi, sai. Cantavamo “ho visto Nina volare” e urlavamo di disegni mai colorati.

Mi passi il verde prato? Era al monticchio, così lo chiamavi, un mare di spighe e stagioni infinite. Sudati e abbronzati. Felici. Felici di quella felicità che non basta mai, sfregata in punta di vita a consumarla tutta, tra segreti a bassa voce e dislessiche confessioni.  Dove vai senza di me!?! Paure sbiascicate e mani da sciogliere. Mi hai creduta? Memorie, saluti. Anacronistici incontri e milioni di parole. Quante parole? Quante, èh? Della visonaria malinconia del polpo, per dire, ne vorrei parlare con te. Anzi, credo ne farò uno scritto illustrato. Perchè..che bello e poetico è un esserino che sputa perle di inchiostro e ha mille braccia per potersi abbracciare anche da solo?

Stringimi piano. L’erba era bagnata e mi solleticava le caviglie. Starnutivi e ti toccavi il naso. I grilli incorniciavano storie di un tempo passato e il nero odorava il pacchetto di marlboro morbide che si spargevano curiose in quella mia inutile borsa di tela. Abbiamo promesso. Promesso con la mano. Domani poi, che ne so, vediamo.

Oggi però prendiamo ancora la rincorsa, e magari mica per andare lontano, no, ma già se riusciamo a sentire il vento sulla faccia allora fidati, può andare bene. Il tempo ribelle…amico mio, lascialo. Siamo vecchi, facciamo la differenza. Io sto qui  e il ritardo non mi spaventa più.

Tra il giallo delle spighe, ora, qualcuno ti chiama forte papà.

(che poi io alla storia sgangherata sugli ufo non ci ho mai creduto…facevo finta, così tu raccontavi il cielo e io dormivo un po..)