Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Mensili: febbraio 2012

Pellicola.

poi accade che una persona inutile mi faccia sentire una stronza e allora cosa cazzo ho imparato io se poi mi basta così poco per sentirmi più insignificante di una briciola di sesamo sulla tovaglia verde di plastica del mare, mentre G saltava la corda O si dipingeva le unghie C aspettava chi la venisse a prendere e io stavo seduta sulla panca di legno a sentirmi piccola e invisibile.

Un giorno su quella stessa panca avrei deciso di andare in Argentina, guardato Blow up e baciato M.

E’ sempre tutto contorto. Pare. Nei tempi, nei modi e nel modo di mischiarli a me.

(la prima volta che ho visto blow up era durante l’occupazione.

B aveva degli occhiali giganteschi con la montatura ’70, M la guardava rapito,

e io guardavo il film con un bambulè viola.

Pensavo a Cortazar, alle bave del diavolo

e a come fosse assurda e attraente la spontaneità

con cui nelle milonghe di buenos aires tutti a un certo punto abbandonassero la qualsiasi per ballare il tango,

anche con le superga, per dire. Che ne so. )

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Fuggevoli attese.

Ti aspettavo seduta sul motorino, mi giravo una sigaretta e contavo alla rovescia il tempo che ci mettevi.
Il pulsante del cancello, il cane nero che ti abbaiava dietro e una tenda scostata che scivolava leggera nascosta dalle tuie al primo piano. Che buffo pensarmi con la sigaretta ora, mi sembra una vita fa. Era una vita fa. Quando i capelli annodavano sogni e anellini d’argento, palline colorate e fili da intrecciare. Era così.
Pensieri affollati e tasche piene.
Ti aspettavo con la sola certezza che avrei alzato gli occhi e ti avrei trovato li, scaraventato dal tuo mondo fatto di orari da rispettare e risultati da mostrare. Tu che non centravi con nulla che  fosse mio, tu e le tue camicie sempre ben stirate, la stanza luccicante e i modi apposto, dove dovevano. Eppure io ti aspettavo tutti i giorni, e tutti i giorni aspettavo il momento in cui ti avrei sentito leggere, in cui avrei potuto ascoltare, e basta. Il momento in cui aversti girato le pagine giocherellando con le dita sul ginocchio, scuotendo la testa ad ogni frase controversa e lasciandoti odorare senza nemmeno saperlo.
Ti aspettavo come si aspetta qualcosa che io credevo non sarei mai stata e guardertelo scritto sulla faccia era ogni volta un pugno nello stomaco, rinnovato colpirmi che serviva così, tu mi servivi così.., apparentemente distante e privo dell’ingombrante significato che dovevo dare a tutto. Tu non cercavi il mio consenso e io non volevo mi mostrassi nulla. Ci bastavamo così.
Ti aspettavo e non sapevo mai dove guardare. “Perchè non sei mai voltata verso il portone? perchè non mi guardi mai mentre cammino?” Non ci riuscivo. Era timidiezza, era non sapere perchè fossimo li, insieme, tutti i giorni alla stessa ora. Era il segno di un desiderio che non volevo riconoscere. “E tu perchè non mi tocchi mai?” Avevo paura a chiedertelo, e ogni volta aspettavo la risposta pregando non arrivasse. Abbassavi gli occhi e frugavi nelle tasche. Arricciavi le labbra e cercavi qualcosa cui aggrapparti, un solido appiglio incapace di frane, una fuga sicura fatta di cose, cose qualunque, cose da cercare, toccare pur di non rispondermi, pur di non dover fingere un perchè che non c’era. Non ci siamo mai avuti. Eppure..
Eppure abbiamo riempito bottiglie di parole, cassetti colmi di meraviglia e nostalgia, dolori come fiere in divenire da tenere a bada. Omeopatici rimedi l’uno dell’altra, piccole quotidiane dosi di cure fatte di profonde similarità nella superficiale differenza.

Tu, devi essere leggera! cosa ti manca Nina? Cosa hai perso? Nina!”

Il senso, probabilmente,  era che non aveva senso. Tutte le nostre parole erano solo per il gusto di sapere che non ci sarebbe stato altro. Nessun dopo, nessun aggiustamento. Niente. Solo parole ed echi di morbidi imbarazzi. Desiderio di stare vicini nella paura di aversi. Pensieri lasciati, mai chiariti. E adesso, adesso che le risposte non mi spaventano più, che ho svuotato le mie tasche e ne ho fatto spazio edificabile, adesso, vorrei sapere dove sei. Guardarti piano e imparare l’odore di un tempo più maturo. Accogliere le tue mani e spaventarmi della somiglianza nei ricordi. Forse per cercare frai palmi i perchè che avevamo solo immaginato, ammansito, o forse Così. Senza motivo, “semplicemente”. Come era il tempo, fra di noi.

(Preti e signorotti a stringere mani da pulire. Rosa Balestrieri e apostrofi di coraggio.

Il tuo mondo, mai capito, custodito da segreti e paure a bassa voce.

Voce roca, ciglia scure.

Potevamo addomesticarci, invece ci siamo amati.

Di nascosto.)

Da perdonare.

Ascoltavo St Vincent quando ho realizzato aver abbandonato parole che meritavano di rimanere con me.

Twins.

Le persone dicono cose affrettate. Senza calore. Senza verità. Fanno domande, vogliono sapere. Però poi, spesso, accade che non vogliano veramente ascoltare. Capire. Domandare per sapere, per sapere se quello che pensano è corretto, domandare per avere qualcosa in cambio, domandare e basta. Chiedere. Chiedere senza voler ascoltare. Puro riempimento di un ego mal cresciuto, vestito a casaccio e imbellettato da pesanti orpelli.

Tu, eri così.

Tu.

 

Mentre spingevo il citofono mi guardai le unghie e decisi per la milionesima volta che non le avrei mangiate più. Stronzate.

Salii le scale di corsa facendo i gradini due alla volta. Arrivai con il fiatone, mi sistemai i capelli, tolsi il cerchietto dal naso e respirai ripetendo piano quel che Rita, la madre fricchettona di C, aveva cercato di insegnarmi durante l’estate: “Io sono calma, tranquilla e rilassata”. Inutile formula del training autogeno. Mai capito. Mai imparato.

Quel giorno indossavi gli orechini d’oro bianco della nonna, i capelli perfettamente raccolti alla nuca e il tuo sistematico sorrisino ad accogliermi. Mi hai aperto la porta e mi hai tenuta li, davanti a te per un tempo infinito. Infinito come quando dieci secondi sembrano un’ora e un minuto un respiro troppo corto in una corsa cronometrata. Hai fatto cenno di entrare. Eri misurata in tutto tu e anche un gesto banale diventava motivo narrante della tua necessaria eleganza. Necessaria. Quanta fatica sprecata nel nulla, quanto tempo perso a riflettere te stessa invece di provare a comprendere. A imparare ad ascoltare.

Mi sono seduta sul divano e ho aspettato dicessi qualcosa. Qualcosa di tuo per non farmi sentire fuori posto, capitata per sbaglio dentro qualcosa di non accessibile, “FRAGILE NON TOCCARE”. E’ stato sempre così con te. Un tutto gigantesco e meraviglioso nel quale io a malapena trovavo angoli per un casuale ristoro. Quel ristoro che si da a chi non si conosce, a chi arriva da lontano e ha bisigno di conforto. Così siamo sempre state per te. Così diverse da te, così uguali a lei.

Sei andata di la e ne sei tornata con una busta. Una busta bianca, chiusa. Mentre accavallavi le gambe aggiustandoti con garbo la gonna ricordo che pregai con tutta me stessa che non fosse come pensavo. Contai in un secondo tutti i campanili delle litografie in bianco e nero appese sopra il tavolo, immaginai che dall’arco della porta del soggiorno sarebbe spuntato qualcuno a dirigere il tutto come si fa con un’orchestra di strada, un’immagine di felliniana memoria, suoni di festa e figure urlanti piene di surreale genialità. Ripensai ad 8 1/2, ai fantasmi di Guido, a mio padre che adorava Fellini e sapeva a memoria tutti idischi di Battisti, ripensai alla tromba di baker che aleggiava nello studio la sera, ai discorsi fatti male dell’ubriacatura e ai pianti sgocciolati sulle sbucciature dell’asfalto estivo. Un puzzle di ricordi mai finiti. Lasciati li, sospesi, adombrati dall’assenza del loro finale, quello che ci si aspetta dalla vita vissuta. Quella di sempre. Banale e quotidiana. Meravigliosa.

Mentre la grancassa rimbombava e i sedili dell’alfetta si sporcavano del piedone fragola e cioccolata, un altro file si aprì, e uscisti tu, austera e noiosa come il passato di verdure dopo un pomeriggio di corse. Anche li avevi i capelli raccolti, ma gli orecchini della nonna no. Non potevi allora, non ancora. Tu e la tua noia mortale, le tue regole del “questo è necessario” e i tuoi discorsi infarciti di pesanti facciate da appendersi addosso. No, non ancora.

Avevi un vestito verde oliva e una busta in mano come adesso. Adesso. Quella era la realtà. E la busta era vera. Tu eri vera.

Pregavo che non facessi il gesto che temevo. Pregavo che qualcosa di umano mi sorprendesse. Che tu azzardassi qualcosa di vero, qualcosa di tuo. TUO! Capisci!?! Qualcosa per me da te. Pregavo e le immagini di prima diventavano sfondo disordinato e fastidioso. Provai a concentrami su di te, sulla busta. Ritagliai un riquadro e ti illuminai come su un palco: eccoti li, l’occhio di bue sulla tua faccia gelida! Avevi vinto, io avevo paura di quello che avresti fatto e tu lo sapevi.

La busta non era vuota. Era pesante e gonfia. Chiusa male e viscida. Il tuo gesto, squallido e umiliante. Per te. Io provai vergogna, certo, mi vergognai di essere la testimone di quel primo piano mal girato, senza nemmeno la soddisfazione di deciderne i dettagli.

Mentre uscivo a testa bassa rischiando di inciampare nelle moine del tuo stupido gatto, dicesti “aspetta” e con un ridicolo accento di circostanza improvvisasti un congedo di cordialità. Cordialità. Mi hai fatto pena.

Guido e i suoi fantasmi uscirono con me. L’alfetta di papà, Battisti cantato, Baker suonato, l’odore del sigaro per le scale  e l’orchestra felliniana a colorare i vuoti che avevi lasciato. Tutto il carrozzone di immagini mi seguiva in silenzio. L’aria era fresca, erano le sette di una domenica di fine settembre. Nella tasca della salopet blu avevo dieci-mila-lire e un leccalecca panna e fragola. Misi la busta nel cruscotto dell’SH e girai una cannetta. Il giorno dopo avrei inutilmente urlato a squarcia gola a David Gilmur di fare “IF”. Era fine settembre del 94. Quel concerto fu epico. La busta bianca la buttai sul lungotevere mentre pensavo alla faccia che avrebbe fatto Syd Barrett se avesse suonato shine on you crazy diamond su quel palco. Pensai a C e al suo bacio morbido, alle sue ciglia bionde e salate sullo specialino sotto casa, all’amaca sudata e stretta del lago di martignano e al freddo che da li a breve avrebbe fatto su quel tratto di strada la mattina alla otto meno un quarto, quando le otto si fanno in un attimo, la sigaretta si brucia subito e quella bocca mi avrebbe sfiorato veloce.

Ripenso con tenerezza a quel mio gesto senza criterio. Felice della sua leggerezza nella pesantezza di quel che significava.

Hai vinto, si, ma solo nella frazione di secondo che ti ha permesso di non pensare allo squallore della tua vuota volontà. Il resto è solo paura e stupidità. Hai avuto paura tutta la vita. E io mi vergogno un po’, sai, ma..non mi manchi affatto. Non mi manchi affatto..no. Non saprei nemmeno come pensarti, chi fossi. Non mi hai permesso di capirlo e allora va bene così. Si.., qualcuno mi direbbe… che va bene così…

Ti ho aspettata tanto. Ora ti ricordo amara.

(..se mi fermo sento un suono avvicinarsi piano,

passo dopo passo, incerto, come a piedi nudi nell’erba..

..é la malinconia di quei capelli corti asciugati al vento del monticchio,

 delle spighe dorate nascoste addosso

e della voce giovane di una donna fascinosa che chiamavamo Marìca.

Mia Madre.)

Rappresaglia.

Non ne ricordo il motivo, sai.

Di quel tempo da giustiziare ne ho preso tanto e te ne ho dato ancora. Salvadanai di memoria a buon mercato e strati di “non lo so” cui lasciare resti spesso rosicchiati. Mi sono unta di timori e ti sono venuta incontro, così che la paura per ciò che avresti detto o fatto mi avrebbe riparato da azioni avventate e probabilmente giuste.  Forse. Nel mezzo mi sono fermata, un po’ stanca, certo, ma mai senza il maltrattato desiderio di provare a comprendere. Tentare. Di prendere il senso che mi porgevi e accoglierlo per quello che era. Semplici tentativi di sfogliarsi nel misurarsi spesso maldestro di giornate ammassate, disarticolate nel bilico del desiderare. Prendevo fiato e mi rituffavo e di quel fiato mai finito ho tinto il suono di ogni mio singhiozzo. Perchè non mi hai fermata? perchè hai aspettato che ti fossi così ingenuamente vicina per tirarti indietro? Non bastava forse il sapere dove stessi andando per farti arrettrare? Hai dovuto vedere fin dove mi spingessi, fin dove avessi il coraggio di dire e non fare. Ho lasciato che occupassi territori non tuoi. Piccole invasioni quotidiane ben nascoste per non fare rumore. “Piano!”. Hai atteso che mi appendessi coraggiosa per poi tirarmelo via da sotto le mani quel coraggio, così, senza spiegare troppo, solo sfilare e aspettare. Studiare la reazione, guardare e andare oltre. Un passo garbato e armonioso, il tuo, sempre a tempo e mai nel posto sbagliato. Solo una volta lo hai affrettato, e se lo hai fatto per sbaglio bè, io da qui non ne sento l’eco. Delle tue scuse. Perchè non ci sono, vedi, non me le hai lasciate e io non le posso incastrare. Trovare combinazioni di comodo e legarle insieme andava bene quando le parole stavano li solo per me, adesso le hai disperse e a me, banalmente, non interessano più.

Hai perso l’eleganza della verità strada facendo. Tutto qua.

(In fondo un corpo altro non è che il custode temporale della sua utilità su questa terra.

E allora vedi che non ti ho lasciato poi molto.

– Bugiarda, Nina -)