Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Fuggevoli attese.

Ti aspettavo seduta sul motorino, mi giravo una sigaretta e contavo alla rovescia il tempo che ci mettevi.
Il pulsante del cancello, il cane nero che ti abbaiava dietro e una tenda scostata che scivolava leggera nascosta dalle tuie al primo piano. Che buffo pensarmi con la sigaretta ora, mi sembra una vita fa. Era una vita fa. Quando i capelli annodavano sogni e anellini d’argento, palline colorate e fili da intrecciare. Era così.
Pensieri affollati e tasche piene.
Ti aspettavo con la sola certezza che avrei alzato gli occhi e ti avrei trovato li, scaraventato dal tuo mondo fatto di orari da rispettare e risultati da mostrare. Tu che non centravi con nulla che  fosse mio, tu e le tue camicie sempre ben stirate, la stanza luccicante e i modi apposto, dove dovevano. Eppure io ti aspettavo tutti i giorni, e tutti i giorni aspettavo il momento in cui ti avrei sentito leggere, in cui avrei potuto ascoltare, e basta. Il momento in cui aversti girato le pagine giocherellando con le dita sul ginocchio, scuotendo la testa ad ogni frase controversa e lasciandoti odorare senza nemmeno saperlo.
Ti aspettavo come si aspetta qualcosa che io credevo non sarei mai stata e guardertelo scritto sulla faccia era ogni volta un pugno nello stomaco, rinnovato colpirmi che serviva così, tu mi servivi così.., apparentemente distante e privo dell’ingombrante significato che dovevo dare a tutto. Tu non cercavi il mio consenso e io non volevo mi mostrassi nulla. Ci bastavamo così.
Ti aspettavo e non sapevo mai dove guardare. “Perchè non sei mai voltata verso il portone? perchè non mi guardi mai mentre cammino?” Non ci riuscivo. Era timidiezza, era non sapere perchè fossimo li, insieme, tutti i giorni alla stessa ora. Era il segno di un desiderio che non volevo riconoscere. “E tu perchè non mi tocchi mai?” Avevo paura a chiedertelo, e ogni volta aspettavo la risposta pregando non arrivasse. Abbassavi gli occhi e frugavi nelle tasche. Arricciavi le labbra e cercavi qualcosa cui aggrapparti, un solido appiglio incapace di frane, una fuga sicura fatta di cose, cose qualunque, cose da cercare, toccare pur di non rispondermi, pur di non dover fingere un perchè che non c’era. Non ci siamo mai avuti. Eppure..
Eppure abbiamo riempito bottiglie di parole, cassetti colmi di meraviglia e nostalgia, dolori come fiere in divenire da tenere a bada. Omeopatici rimedi l’uno dell’altra, piccole quotidiane dosi di cure fatte di profonde similarità nella superficiale differenza.

Tu, devi essere leggera! cosa ti manca Nina? Cosa hai perso? Nina!”

Il senso, probabilmente,  era che non aveva senso. Tutte le nostre parole erano solo per il gusto di sapere che non ci sarebbe stato altro. Nessun dopo, nessun aggiustamento. Niente. Solo parole ed echi di morbidi imbarazzi. Desiderio di stare vicini nella paura di aversi. Pensieri lasciati, mai chiariti. E adesso, adesso che le risposte non mi spaventano più, che ho svuotato le mie tasche e ne ho fatto spazio edificabile, adesso, vorrei sapere dove sei. Guardarti piano e imparare l’odore di un tempo più maturo. Accogliere le tue mani e spaventarmi della somiglianza nei ricordi. Forse per cercare frai palmi i perchè che avevamo solo immaginato, ammansito, o forse Così. Senza motivo, “semplicemente”. Come era il tempo, fra di noi.

(Preti e signorotti a stringere mani da pulire. Rosa Balestrieri e apostrofi di coraggio.

Il tuo mondo, mai capito, custodito da segreti e paure a bassa voce.

Voce roca, ciglia scure.

Potevamo addomesticarci, invece ci siamo amati.

Di nascosto.)

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6 risposte a “Fuggevoli attese.

  1. parolesenzasuono 27 febbraio 2012 alle 17:21

    tutto è fidanzamento
    (Pasquale Panella)

  2. ninA 27 febbraio 2012 alle 17:21

    ho conosciuto Panella. E’ matto vero. Ma molto cortese.
    Adoro.

  3. bahameen 1 marzo 2012 alle 17:21

    ti ho trascurato per tanto tempo, ritorno e leggo ed ho bisogno di giornate per metabolizzare. Senti, facciamo che mi prometti che ci penserai al tuo libro?

  4. nina 2 marzo 2012 alle 17:21

    amica puoi trascurarmi quanto vuoi tanto io qua sto. Ti aspetto..lo sai..
    🙂

    però nno mi ha fatto vedere il video. Bastardo.

  5. mitedora 4 marzo 2012 alle 17:21

    Voltarsi indietro come un magnetico bisogno. Lo si fa per differenze, a volte, per contrasti. Per ritrovare l’oggi che è pronto, o quasi, come una tasca ripulita, rimessa a “ vuoto “. Un confronto tra opposti necessari, ricco di “ oppure “ e di ossessivi “ ti aspettavo “. Quanto dolore porta ripercorrere i momenti del non detto, quelli dell’impotenza lucida. L’appiglio che non c’era. Un perfetto dialogo tra sordi volontari, tra muti trasparenti. Scrivere è una maledetta benedizione. Rimette a posto le fotografie, con il consenso del tempo attuale, con la misericordia feroce di ciò che è mutato. Tu scrivi in bianco e nero, tu riproduci i pensieri, ne fai stelle bellissime, dentro la nebbia, dentro una salsedine fertile. Ti abbraccio.

  6. ninA 4 marzo 2012 alle 17:21

    sono io che abbraccio te..
    Dora, con riconoscenza e devozione. Non credo sia di tutti provare a capire. E interpretare. Sondare. Ricucire i buchi che per attitudine del correre nei ricordi, ingarbugliati e sconnessi…lascio. Lo fai sempre con rispetto e attenzione. Te ne sono grata.
    Si.
    Grazie del tempo…quindi, sempre.

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