Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Mensili: marzo 2012

Il senno di mai.

E’ tutto estremamnete più semplice di quanto non si creda. Gli altri sono più semplici, noi lo siamo. La reciprocità lo è. E anche le delusioni lo sono. Le delusioni sono qualcosa di talmente semplice che a volerle complicare ci si perde e basta. Io per dire stasera mi sono persa tornando a casa ma questa è un’altra stroia, più semplice ancora di una delusione semplice.
( e così, random, ma con sense,
come si fanno ad avere gli asciugamani del bagno sempre perfettaente abbinati fra di loro e con il resto?
Per me questi sono misteri. Veri).
Annunci

Un, due, tre…stella!!

Poi accadono cose. E io d’improvviso mi sento come da piccola, quando all’asilo aspettavo con il cestino a quadretti verdi e bianchi di holly hobbie che qualcuno mi venisse a prendere. Odiavo le banane e le lasciavo sempre li, chiuse e solitarie. Come in punizione. A volte mentre rimanevo l’ultima il loro odore  mi sorprendeva puntuale come per infastidirmi ancora, e che bello era, poi,  vedere da lontano una faccia familare con il traballante sorriso del ritardo venirmi incontro. Calda e stringente come un bozzolo ben fatto. Custodia attenta a riparare dal resto. A cullarti, certo, ma a preparati anche a qualcosa di diverso. Si.

 

(all’asilo ho comiciato a capire la differenza fra una famiglia tradizionale, monocolore, e la mia.

 Circense, affannata, tavolozza di tempere da impastare.

L’acrilico, per dire, mai piaciuto.

Mai davvero.)

Scena prima. Atto unico.

Gesti senza amore che ricordo, parole d’amore ad abbondare. La distanza dolorosa fra ciò che è verità e il lirismo di sapienti formule.

Non so. Sarà che oggi ho la chioma addomesticata e in niente mi ritrovo. Neppure nello specchio che a volte racconta verità più di qualsiasi maldestra confessione alcolica e delle sue dislessiche rappresentazioni, lì, nel bilico poetico fra ciò che si lascia accadere e ciò che si vuole accada.  Del resto ho pisciato ubriaca in troppi posti per meravigliarmi di quanto sia ipocrita e inutile tentare di ricostruire poi il giusto significato che si voleva dare. E incredibile come ci sia sempre un qualcuno che voleva dire o fare cose che poi non ha fatto mai. Ogni piece che si rispetti, del resto, ha il suo.

(a pensarci bene, però, potrei gioire del fatto che “gesti senza amore che ricordo” e non “gesti senza amore che vedo”.)

Teatralità.

Poi della noia mica sempre bisogna dirne male. Io per dire oggi ne dico gran bene. E a letto mi rotolerò giocosa fra le parole che non ho detto e quelle che non ho giustificato. Sai mica dove ho lasciato i margini?

(avrei da capire cose. Ma scritte su un vetro, mi risulta un po ostico. si.)

Acqua di sale.

Che si potesse amare anche senza amore lo dicevamo sempre. Scuotevamo la testa e appoggiavamo le labbra su tazze calde di tisane profumate. Mi raccontavi di melodie arrangiate e pentagrammi ripetuti. E di scuse. Scuse come centrotavala sul perchè le cose della vita ti interessassero sempre così poco. E io ascoltavo. Ascoltavo bambina con il vapore nel naso e un senso di vertigine nel basso ventre. Guardavo le tue mani muoversi e immaginavo sempre di prenderle e mettermele addosso. Rubarle alle giustificazioni, al bianco e nero dei tasti, per sentirle sui fianchi e allontanarle dispettosa. Per gioco. E per verità.

Ma poi? Poi ci sono accenti che pesano più di milioni di cose dette e di tutte quelle mai ascoltate. Il suono di una parola, il significato che stringe e non puoi barattare. Non credo che una risata racconti sempre di una felicità. E non credo che un silenzio sia solo cose che non si vogliono dire.

(Quella volta, per dire,

 in quel biglietto giallo della spesa c’era infinitamente di più che un cavolo bio e carote viviverde.

Si.  C’era un pianto piccolo finito a spallucce arrotondate, un sapore dolce di cannella in bocca e

il tuo nuovo odore ad alleggerire sapiente nodi bagnati. Legati.

Cuoio ben stretto da asciugare al sole. E che peccato quel giorno, però, piovesse.

Tutto.)