Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Scena prima. Atto unico.

Gesti senza amore che ricordo, parole d’amore ad abbondare. La distanza dolorosa fra ciò che è verità e il lirismo di sapienti formule.

Non so. Sarà che oggi ho la chioma addomesticata e in niente mi ritrovo. Neppure nello specchio che a volte racconta verità più di qualsiasi maldestra confessione alcolica e delle sue dislessiche rappresentazioni, lì, nel bilico poetico fra ciò che si lascia accadere e ciò che si vuole accada.  Del resto ho pisciato ubriaca in troppi posti per meravigliarmi di quanto sia ipocrita e inutile tentare di ricostruire poi il giusto significato che si voleva dare. E incredibile come ci sia sempre un qualcuno che voleva dire o fare cose che poi non ha fatto mai. Ogni piece che si rispetti, del resto, ha il suo.

(a pensarci bene, però, potrei gioire del fatto che “gesti senza amore che ricordo” e non “gesti senza amore che vedo”.)

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9 risposte a “Scena prima. Atto unico.

  1. jungle 19 marzo 2012 alle 17:21

    ….la scelta del corsivo..
    poi, voleva, qualcuno….

  2. ninA 19 marzo 2012 alle 17:21

    🙂
    Ma bravo (a?) che sei.
    Il corsivo ha un senso preciso, si. Di volta in volta diverso. Ma che segna sempre un punto specifico.
    stavolta era così. E non solo. è.

  3. jungle 19 marzo 2012 alle 17:21

    Doveva averlo.
    Sennò perchè mai? Se si vuole capire, allora si capisce.

  4. mitedora 21 marzo 2012 alle 17:21

    la fatalità Nina, è parola necessariamente dolorosa. accadimento d’ogni specchio. / tu scrivi raspando la pelle e mostrando tendini luminosissimi /. ti abbraccio. Dora.

  5. jungle 22 marzo 2012 alle 17:21

    è così strano??
    chi commenta qui non capisce pensi??e allora che commenta a fare….
    e la fatalità può essere dolorosa, si.

  6. ninA 24 marzo 2012 alle 17:21

    o amica, davveromcredi siano luminosi?? a me sembrano solo tanto scoperti…e ad oggi sembra anche poco elastici. Non so…di pelle ne ho ancora da raspare…solo vorrei non servisse più, ecco.
    Ti abbraccio sempre. Io.

    jungle, ecco, come dire,
    che significa??cioè…io apprezzo i commenti di tutti solo per il fatto che si prendano la briga di star qui a scrivere, amgari anche a leggere, magari anche pensa un po tu a capire le mie stronzate. Ma non lo do certo per scontato. E non perchè scriva robe altre/alte per chi commenta o frequenta questo nonluogo, ma solo perchè magari non sono comprensibili scrivendo io forse apposta, forse no, chissà, vallo a capì, in maniera tale da non rendere noto il sostrato/substrato di ciò che qui lascio. Scrivo quel che mi viene come viene. Se a qualcuno va di leggere o commentare ne sono certo lieta ma non è ciò che cerco e non è ciò che credo indispensabile dei blog. Ho già avuto blog così in passato. Questa è la mia tana. Tutti son ben accetti. Che capiscano o meno i mie pensieri.
    Detto ciò , scusami ma ho scoperto che le cicerchie sono tossiche, ora, non so bene come prenderla sto cosa qui, quindi ho un po di ansia e smarrimento che ne ho tipo due kili.

  7. jungle 27 marzo 2012 alle 17:21

    non servivano tutte questa parole. Io ho capito benissimo.
    E si vede che è una tana, sennò useresti altre modalità d’espressione.
    Quanto alle cicerchie erano tossiche in passato, o meglio lo sono ancora perchè hanno una tossina che se assunta in maniera eccessiva e per tempo prolungato porta a una forma di paralisi degli arti inferiori. Latarismo. Ma si parla delle popolazioni che mangiavano praticamente solo quelle e senza tutti gli accorgimenti delle coltivazioni di oggi e del modo di cucinarli. Ma è una rottura farli però..normali ceci no? troppo comuni?
    🙂

  8. ninA 27 marzo 2012 alle 17:21

    anvedi che intenditore. Perchè?? Adoro i ceci me li magio in tutti i modi possibil.
    Era per svariare che ne so.
    Facevo bene ad avere paura di te…
    😉

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