Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Mensili: aprile 2012

Voce sottile per lucciole timide.

“Io non lo farò mai. Giuro”. Parole inutili come cantilene  e pensieri da funanbolo.

In bilico, ferma, mani bloccate e cuore in tormenta. “Non c’è timore nella solidità della verità”, questo mi ripetevi B, eppure sapevi che sarebbe venuto un tempo più spigoloso in cui la verità non avrebbe potuto essere accolta. Sempre. Con la sua nuda eleganza, poco paziente e spesso di corsa. Quanto può fare male una verità? Millemilavolte di più di una bugia sciocca e codarda. Ma ci sono momenti e modi nelle giravolte della vita che non è possibile preventivare o assicurare. E allora a volte si mente, si mescolano scuse per averlo fatto e ci si grida dentro di quanto siano ingiuste quelle giravolte, di quanto si possa essere incapaci di fermare il senso di vertigine e mettere un punto a quel girare. Cercare. Magari scappare?..

Oggi ho detto una bugia a una piccola persona. Ho sentito il cigolio della delusione intrappolata nelle corde vocali e il suo capire acerbo che qualcosa non tornava. Allora di nascosto ho fatto un pianto nodoso e sommesso ma non sono riuscita ugualmente a dirle nulla di più. So dei suoi sogni traballanti e dei suoi occhi impauriti. Un tempo era più facile. Un tempo la stringevo e basta, le pulivo il nasino lentiginoso e srotolavo polpastrelli leggeri sulla pancia per farla addormentare. Cantavamo insieme cose stupide e felici mentre i respiri ci si annodavano nel buio fra copertine profumate e un sonno di zucchero filato. Parole color pastello e risate senza fiato erano i giochi insieme. Un portacenere di das e iniziali uguali, un cuore sullo specchio e nascondigli per piccole ferite da disinfettare, consolare. Ora non riesco a capire i suoi disagi, o forse li capisco talmente bene che fuggo sorda per non sentirli. Spilli minuscoli e sapientemente ficcati come agopuntura per non curare. Perchè non riesco a dare aiuto a nessuno adesso. Perchè non so nulla di solidità e non posso imparare se non riesco ad ascoltare.

L’ho delusa. Di una delusione tratteggiata che rimane fra i capelli anche se lisci, anche se lucidi. O forse proprio per quello.

(non c’è nulla fra le parentesi. Oggi nno c’è nulla.

solo un nodino alla gola che acchiappa tutto e stringe.

“Se” spaesati e diasporiche incapacità.

Fare, desiderare, dire).

Fra le note un po curiose di campane dispettose

ecco il suono dei balocchi suona forte tre rintocchi..

giù nel cesto a dir di fate ma.. voi no! non vi svegliate!!

Dormi bene bimbo bello e giù non correr nel tranello...dormi e sogna del castello!!

Fate e gnomi a tesser trame di magie e filigrane.  

Eran giorni di calzette, mostri buffi e piroette..

Dormi e sogna bimbo buono e lascia andare questo suono…

din, don, dan da bisbigliare..

non scappare, fammi stare..

din, don, dan da dire piano..

non lasciarmi mai la mano..

din, don, dan..

era l’arcano…e forse il senso…

..è un po’ balzano…”

I, me, mine.

Non dormo. Non dormo e di giorno mi trascino. Abbozzo comprensione ma ascolto poco e penso tanto. Mi ingarbuglio. Capriole frettolose e spigolosi “sull’attenti!” di sfida è quel che porgo agli altri. Famosi altri che compaiono a tratti e quasi per sbaglio. Pare. Mi ripiego su emotive dislessie e fingo di accorgermene. La verità è che non vedo nulla al momento. Mi penso e mi corteggio esattamente per come sto ora e non c’è nulla che nessuno possa dire o recitare per rubarmi la scena. Mi sono messa al centro ma solo perchè per tendermi la mano ho bisogno di avere il campo libero, lo spazio necessario per aggrapparmi al nulla qualora perdessi l’equilibrio. Lasciarmi cadere quindi, farlo con la consapevolezza che sia così. Esattamente così. Cadere da sola, non sapere alzarmi, inventare e provare, ancora. Riuscire.

Questo devo. Questo ho.

(intorno bisbiglii silenziosi di inoperosi aiutanti. Qualcuno tenta di ricucire insieme frasi bislacche, ripetute male e con un suono vecchio. Già sentito. Mal interpretato. Poi però mi fermo. Mi fermo e osservo. La me che ascolto la osservo, da fuori. E vedo. E ricordo. Ricordo un quadro appeso al muro del bagno di casa di mia madre, un Botero che odio che mi osservava insistente mentre facevo pipì. Quando tornavo a casa la notte mi pareva sempre sul ridicolo punto di dire qualcosa, salutarmi piano e restituirmi a forza un po’ di ridanciana memoria. Quella che sonnecchia quando serve e si risveglia inquieta quando è l’ora di riposare. Forse ho bisogno di riguardare quel quadro. Fare pipì in un bagno pastello e lasciarmi, così. Non per cadere sola, ma per farmi prendere. Da dietro. Come nel gioco della fiducia, quando ci si abbandona ad occhi chiusi e  si prova a riacquistarne un po).

Un cielo azzurropigiamino.

Pomeriggi sospesi a guardarti. Momenti fatti di buio concreto con la paura ti svegliassi e mi chiedessi forze che non avevo. Che non sapevo. Che non erano. Mamma trascinava i piedi con la pesantezza e la muta rassegnazione di chi non sa dove andare, di chi non ha interesse per l’arrivo perchè già ha visto, già ha pregato, già ha smesso di sperare.

O mi lasciò davanti al cancello e fino all’ultimo mi chiese se fossi sicura. Mi baciò i capelli e come sempre in quei giorni me li legò. Lo volevo io. Con tutto quel disordine scapigliato mi pareva sempre di mancare di rispetto. Di essere irriverente verso la sofferenza.

La nottata toccava a me, era il mio turno. Avevo insistito per farlo e nessuno poteva pirvarmene. Spaventata e piena di assurde domande non avevo neanche l’ombra di quel coraggio dispettoso che millantavo. Ma era così. Era giusto così. Mi tremavano le gambe, e i gradini dell’entrata che in genere facevo due per volta quella sera mi sembravano ripidi e traballanti come non mai. Uno per uno. Dolenti e importanti come fossero gli ultimi prima di un traguardo. L’ascensore illuminava lento i numeri dei piani. Guardai il telefono, erano quasi le nove.

L’aria era ovattata, silenziosa. Sentivo con i polpastrelli i riverberi dei tuoi lamenti correre lungo i lucidi corrimano dell’ottavo piano. Erano ore fatte di impotenza, del mio sentirmi e sapermi piccola, insulsa rispetto alla grandezza della tua prova. Ripercorrevo a memoria e senza un motivo il suono e le direzioni della pallina da tennis gialla con cui mi sfogavo a casa e che toccava precisa una per una le cose urlate al muro, quelle scritte di corsa, per liberarmi, svuotarmi, cullarmi. La sbattevo forte e senza meta, e quel che tornava veloce indietro era molto di più di una parete disegnata, scritta, tempestata di parole, di racconti, di ricordi. Era vita. La stessa che ti sfuggiva ora e in cui solo poco prima ti rotolavi inquieta, in cui correvi  fiera, bella e raggiante ma anche fragile e nascosta come nessuno vedeva mai.

I passi molesti della caposala mi ricordarono che poco dopo avrebbero spento le luci. L’odore pungente di disinfettante e il rumore familiare ed estraneo degli altri mi facevano sentire terribilmente sola. Mi strinsi nelle spalle e presi fiato. L’aria non mi bastava mai e i respiri erano sempre troppo corti. Poco generosi. Ero li. Era la realtà. Non si scappava mica da li. E in quel contenitore asettico senza ricordi e colori ti stringevo forte le mani, calde e stanche, promettendo ingenua promesse impossibili. Leggevo frasi dai libri e cercavo saggezze che ascoltavi silente nel buio di un educato addio. Non ero una donna allora, e quel che ero non bastava. Mai. Ti guardavo con lo stomaco stretto e il nodo in gola di chi avrebbe voluto, voluto tanto ma…avevo solo braccia magre e tanti capelli,  incasinati, annodati, attorcigliati fra di loro per apparire forte, intera, compatta e guerriera. La verità però è che ero esile e incerta. Ero passi affrettati in scarpe pesanti per sembrare sicura. Lo sapevi, vero?… Con la coda dell’occhio mi guardavi timida per l’imbarazzo di come temevi ti avrei vista. Malata. Tu, che da tutte le foto brillavi e illuminavi forte e impetuosa, tu che voltavi persone per strada e riempivi di stupore ogni cosa toccassi, tu che voce squillante e gesti saldi, sicuri, occhi pieni, profondi e malinconici come i miei. Come quelli di papà. Tu, come lui. Tu, dopo di lui. Perchè? Prima e adesso e banalmente sempre, perchè…

La sedia era scomodissima ma la coperta scozzese della nonna mi teneva caldo. Giravo le pagine controllando puntuale il ritmo di quella velenosa scatola gialla. Su e giu. Piano. La ventosa mi ricordò le molle del tagadà di un UNEUR fine anni ottanta, quando 5 punti sotto al mento mi costarono ingiusti una punizione e la rinuncia forzata alla festa di PierGiorgio. La ventosa saliva e scendeva. Ti massaggiavo le gambe e cercavo di ammansire il tuo cuore veloce. La borsa dell’acqua calda con il ghiaccio dentro inspiegabilmente sembrava ti calmasse. Il petto era bollente e dalle trasparenze della camicia da notte fatta a mano intravidi il ricordo dei tuoi seni abbondanti. Pensai a quanti uomini dovevano aver ammirato quelle meraviglie. D’improvviso i tuoi occhi tristi e consapevoli di quella consapevolezza che solo la fine della vita dona e toglie, mi riempirono di vergogna per aver pensato a due tette in mezzo a quel deserto. “Che fai Nina, mi guardi le tette?? Su di te sterebbero male sorella, tu sei bella così, le tette grandi non ti servono” Un tuo sorriso materno mi restituì dignità . Ti accarezzai la testa rasata e percepì con il palmo la timidezza di piccoli capelli che facevano capolino. Dita strette sullo sfondo di asettiche pareti. Luci forzatamente educate e lenzuola dure. Ricordo tutto. Il momento prima. E quello immediatamente dopo. Un vuoto freddo che non puoi toccare, che ti respinge. Il velo che si spezza. L’altra parte.

Ricordo il suono del riconoscimento, il calore di uno sguardo che dice e confessa e perdona e implora. Verità e aiuto. Non volevi niente ti fosse nascosto. Che tutto fosse detto, raccontato. Che fosse poi esempio, guida, ricordo da vivere e sbagliare, non da piangere. Mai da piangere.  Ricordo cose da dimenticare per sentirne poi l’ombra luccicante dietro, sulle spalle, addosso, scimmia dispettosa da abbandonare e poi ripescare. In corsa, al volo e senza troppe domande. Ricordo il pianto sommesso di chi sa e per un istante si aggrappa al non sapere. Al chiedere bugie vere, al coraggio cercato ovunque per non voler essere orfana della morte e per questo della vita. Ricordo il sole velato e malconcio di un ottobre poco romano, un bambino di otto anni che con un maglioncino blu a costine e i suoi boccoli lucidi lasciava cadere  come per sbaglio un bocciolo di rosa rossa. Ricordo le sue spalle piccole e profumate, l’odore della sua mamma e il peso dell’ingiustizia che non ha mai gridato. Ma solo inciampato. Ricordo che sentii con forza che mai avrebbe compreso veramente quella giornata e che quella incomprensione lo avrebbe perseguitato tutta la vita. Ricordo ancora una volta una famiglia distrutta, piegata e umiliata. Ricordo dei pantaloni che ti avrebbero fatto schifo, che avresti criticato fino a farmeli togliere. Che a 24 anni non avevo una borsa e questo era assurdo per te, vero C?!? Ricordo la giacca jeans che indossavo stretta, comprata  7 anni prima a via del governo vecchio, bucata sul taschino sinistro da cui prendevo sempre le marlboro morbide che avevo imparato a fumare da te. Ricordo che avevo le scarpe da ginnastica dell’adidas,  quelle vintage riportate come trofeo dalla tua adorata new york e che sotto quella mise ti avrebbero fatto tanto ridere. “Ma tu veramente sei vestita così?!?” Ridevi di gusto e la bocca rubata alla mamma mostrava orgogliosa un sorriso vanitoso, da ricalcare leggero sotto trasparenze da tenere al riparo. Intatte. Intime. Ricordo una chiesa piena di persone che mai ti hanno amato nella vita di tutti i giorni, di gente che si appropria di dolori altrui perchè incapace di vestire i propri. Ricordo parole amplificate nell’eco di un giorno-nongiorno che avresti pagato a peso d’oro per sentirle pronunciare anche una volta sola, anche solo di sfuggita  mentre ti affannavi all’essere protetta. Al gridarlo, chiederlo. Ricordo la dignità di una donna piccola e immensa. La nonna. E il dolore curvo e mai asciugato di una donna vera e forse poco compresa da noi tutti così come dalla vita. La mamma. Ricordo noi sorelle, in fila, unite, legate a trama doppia, forse per l’ultima vera volta. Ricordo il cammino pieno di rispetto, sotto quella buia navata, di due persone che tuttora amo, il loro gesto di autentica partecipazione nel silenzioso appoggiare quei fiori per te. Ricordo su tutto, però, il cuore spezzato di mia madre. La sua silenziosa discesa verso un dove di cui perdemmo le tracce fin dal primo, omertoso passo. E il piccolo, boccoloso J. I suoi occhi vuoti e colmi, la sua confusione e il non sapere, capire, cosa stesse veramente accadendo. Come lui anche io non capivo. Cosa veramente sarebbe venuto. Sarebbe stato possibile un dopo? Come poteva sopravvivere un dopo su tutto quel dolore cementificato? Come?

Ricordo l’ultimo saluto. E non fu di certo quello che ti baciai a occhi sigillati in quella ingorda mattina di ottobre. L’ultimo saluto fu quello ridacchiato di quando sciocco e scontato ti venne chiesto: “e Nina, Nina com’è come infermiera?” E tu, sicura e di sfida come sempre, voltando la testa verso di me rispondesti: “Nina? E’ bravissima Nina. E’ mia sorella”. Appoggiata alla parete di fronte, in un battito di ciglia, strinsi forte i pugni piccoli e trattenni alla perfezione, come solo la diligente pratica consente, lacrime dense e un amore che non conoscevo.

(Fascino acerbo e ombroso. Sfuggente animale pieno di paure e sicurezze lasciate ad affamare. Tuo figlio, inquieto come te e chiuso nei suoi lamenti silenziosi. Dove la strada per entrare in quei silenzi? Raschiarli, denudarli e rivestirli inediti di calma e perdono. Devo mantenere le promesse impossibili e restituirti il senso di quelle parole.

Perchè bravissima non lo sono in niente, ma sorella posso ancora provare. E chissà, forse riuscire)

di come la notte sia fatta per essere banali.

Sono annoiata.

Le persone mia annoiano. Mi annoiano le cose dette perchè non si ha il coraggio di dirne altre. Le scuse di comodo. Le spiegazioni inutili e i complementi finti. Mi annoiano i  pensieri banali, come questi, e le frasi smielate. Mi annoiano le persone piccole e superficiali, e mi annoia di brutto il fatto di notarlo, di accorgermene. Mi annoiano le promesse fatte  e mantenute male. Quelle a dir la verità mi fanno forse più tenerezza che noia. Tenerezza spicciola, da buttare. Via. Mi annoiano le donne con la scritta in fronte “scusate avete mica visto un pisello disponibile?”. E’ pieno tesoruccio, togli pure il cartello. E’ sufficiente che ti strusci un po. Con discrezione, grazie. Mi annoiano gli uomini con un biglietto in tasca con su scritto “sono prevedibile e scontato ma farò finta di stupirti”. Già visto, gentilissimo ma… avanti un altro! appunto. Mi annoiano le parole vuote, ma non perchè svuotate del loro significato ma perchè incapaci di contenerne alcuno. Mi annoia chi deve, necessariamente, fare sciupio vistoso del proprio bagagliuccio di sapere. Trito, ritrito, stantio. Tipo: la parola pianosequenza. Sta diventando più inflazionata di cazzo. Ma poi lo sapete cosa minchia sia sto benedetto pianosequenza? La risposta non conta. Le risposte contano sempre meno. E il che non è preoccupante ma normale. Già. Mi annoiano i cattivi gusti in fatto di musica, i film di ozpetek e chi si ostina in loop a dire “però le fate ignoranti che filmone!!”. Mi annoia il cibo pesante e le donne che passano la loro vita a cucinare.  Il marito magari si spacca il culo fuori casa dividendosi fra tre lavori, ma loro no!! che le brave mammine stanno  a casa a fare tortine perfette e paste sempre al dente. Cose fondamentali nella vita di ogni bambino sano di mente, mentre tu, donna che lavori sei la causa di ogni neo sul culo di tuo figlio. Tipo: “il bambino mentre disegna usa molto il colore verde signora. Non sarà mica perchè lei lavora madre sciagurata che non è altro??” Inezie. Concentriamoci sul QI di renzo bossi. Meglio. Mi annoia chi non sa mai chiedere scusa e chi sa sempre come, quando, perchè hai detto la cosa sbagliata, nel momento sbagliato alla persona sbagliata. Loro ovviamente psseggono doti divinatorie. Mi annoiano le cattive maniere e quelle forzatamente perbene. Mi annoiano le maestrine a tutti i costi e chi è vecchio dentro. Mi annoia chi si veste di rosa.  E ovviamente mi annoio io che per ognuna di queste inutili stronzate ho un motivo serio per non riuscire a dormire stanotte. E soprattutto mi annoio terribilmente per aver scritto un tipo di post che nel mio blog mi ero ripormessa di non scrivere mai. Mi manca un poesiuncola strappalacrime – ma anche un po erotica ma anche un po io sono inpenetrabile ma anche se ti avvicini riparliamone – in un’esistente metrica, un avatar con un capezzolo che si vede e non si vede e posso spararmi in allegria. Ma tant’è. Che a settembre si dice “da quest’anno bla bla bla” e che da lunedì si iniziano sempre cose. Che domandare è lecito e rispondere è cortesia. Sempre. Cosa centrava? Nulla. Appunto. Tutto sotto controllo come la punteggiatura che non uso “a dovere”, la disgrafia, le maiuscole che non metto e altre mille stronzate che vanno benissimo così. Credetemi.

Aggiunti,disgiunti e trafitti.

Le cose veloci vengono male. Malissimo. questo pensavo mentre camminavo davanti alla grande finzione per cui lavoro. SPA. “spermi spermi spermi spermi indifferenti, per ingoi indigesti per ingoi indigesti per ingoi indigesti…” da urlare a bassa voce tra la sciarpa a coccolare e i capelli sempre troppi. Perchè questo è. Tutta roba di ingoi, quotidiani appiccicosi ingoi. Hai capito tu?
 
 
(Arrangiamenti assurdi che capisco male e a cui con fatica mi adatto. Azzardo ripida e forse poco sarebbe meglio. E’ che mi mancano i modi e i tempi e le atmosfere. E mi cerco poco o niente. Se mi fai spazio li in mezzo però,  non mi annoio. Lo vedi?)

Le mie mani sporhe.

Ho rattoppato finestre rotte e smerigliato diligente vetri pesanti. Io sapevo che mi spiavi e tu sapevi benissimo di cosa avessi relamente bisogno. Allora perchè? Erano piaghe quelle che avevo sulle mani, piaghe sporche e intossicate dal senso del “mai”. Quel mai puntiglioso che io non ho voluto capire. E anche ora, anzi no, proprio ora, si, io vorrei averlo gridato chiarissimo quel M-A-I, scandito forte e chiaro come uno spelling di rivincite in fila! Ma no..però..non funziona così, insomma, non si abbinano i mai ai sempre con la stessa scioltezza con cui si mescolava l’estate alle corse sudate sul vialetto di martignano. E allora tu cosa cazzo le hai mischiate a fare quelle carte li?? io ammetterai sono stata onesta, ho da subito mostrato i palmi aperti e ti ho detto che “mica sono capace di giocare alle carte io” no , io le ho sempre odiate le carte, e i giochi da tavolo, e le sere sospese a fare minuscoli pezzettini di carta con i tovagliolini del rive gauche, mentre il tavolo scricchiolava e l’indianino voleva vendermi per 5 euro il mood del momento. No..è che eravamo sbilanciati io e tu.., e quando la cameriera ci poggiava davanti il vassoio con sopra zakapa e cioccolata il mio piede fermava il bilico e con le mani restavo li, immmobile, pronta a parare quel che cadeva, sempre. Attenta. E tu rimanevi li, a guardare giù, dove si fermava il resto che mancavo e che non spendevi mai. Non lo so sai. Di quel tempo sciocco in cui avrei solo mostrato i denti ora ne vorrei un po’. Un tempo di denti bianchissimi e forti di cui farsi vanto e da cui stare lontani. Un tempo sciocco in cui io avrei partorito certezze cieche come micetti appena nati e tu ne avresti fatto nascondigli per occhi bassi e mani saccenti. Un tempo piccolo e grande, bambino e guerriero con la convinzione di esserlo senza macchia o lividi dolenti. Un tempo ingordo dove tutto si aveva e niente si restituiva, dove le giornate scandivano ore diacroniche e i minuti risucchiavano odori mischiati al sole ma asciugati poco. E no, non mi manca quel tempo li. Ma l’idea banale di poterlo avere ancora con quello che oggi ho aggiunto e sottratto.

Ho perso strade certe e non ritrovo i pezzettini di pane che mi ero lasciata dietro. Forse li hai mangiati. O forse chissà, li ho nascosti talmente bene nel buio di quei “mai” che adesso dimentico il ritorno come si dimenticano i ricordi da ricordare.

(corse dinoccolate alla ricerca ingenua di sensibilità altre. Questo vedo intorno. Questo mi fa tenerezza.

“non ti mischiare”, avresti detto.

Vaffanculo,  avrei risposto.

Ma con la coda dell’occhio, poi, piano, avrei rivisto il tutto e aggiunto opportuni separè.

La verità è che sono abituata ad arrivare prima. E non perchè vinca.

Ma perchè ho imparato come si portano le sconfitte. Raschiando con umiltà, poi, la terra da sotto le unghie.

 L’ho imparato senza barare. E di questo ti ringrazio)