Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

La romantica danza dei gamberi. Il mio modo maldestro di stringere i pugni.

Ho un nodo in gola che mastico e mando giù. Ingoio e rimastico e poi ancora ma niente. Movimenti disciplinati e meticolosi. A volte involontari, altre indirizzati e ancora giusti, precisi. Vorrei non essere l’estranea che vedo da fuori. Una sottile donna incazzata con il mondo per non essersi fermato e aver azzerato tutto. Una volta, ancora.

(di notte penso spesso a un tratto di strada che facevo a piedi quando abitavo nella mia vecchia casa. Quella in cui sono cresciuta. La casa che costruì mio padre. L’unica che io abbia mai percepito come mia, come “casa”.  Un tempo sono stata una fumatrice  e comparre le sigarette era come accendersi la prima della giornata: doveroso e intimo. Per arrivare alla meta passavo in un viottolo che costeggiava la via cassia. Le macchine correvano ma li sopra io mi sentivo al sicuro. In salvo. Qualche cane portato al guinzaglio, bambini con tricicli e io con le mani in tasca, i pantaloni verde militare comprati a via Sannio, una maglietta grigia con le maniche lunghe blu e i capelli ancora umidi dopo la doccia. Una scritta mi perseguitava: “20 belle roselline”. Era il mantra del baracchino di fiori. E ancora oggi, ogni tanto, mi si accende nella testa lampeggiando fastidiosa e insistente come di certo non facevano le sbilenche lettere scritte a mano su un pezzo di cartone appoggiato al vetro. Ricordo che arrivavo al tabacchi passando prima per il bar, prendevo un cappuccino chiaro con tanta schiuma e un pacchetto di vigorsol senza zucchero. Ultimamente penso spesso a un giorno vago, senza titoli, verso sera. L’odore del tempo caldo che arrivava e il distributore nuovo con tutte le sigarette tranne le mie. Canticchiavo Polly e a tratti ripetevo l’inizio del capitolo sul circolo di Vienna. Mi fermai su una panchina davanti al bar e fumai lenta mentre guardavo il vecchio alla cassa che sistemava le monete. La cenere mi volava addosso. Il vento era velluto. Ero maledettamente felice quel giorno, solo che non lo sapevo.)

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10 risposte a “La romantica danza dei gamberi. Il mio modo maldestro di stringere i pugni.

  1. creepylaanan 29 maggio 2012 alle 17:21

    bentornata. mi stavo preoccupando ma non volevo dirtelo.

  2. FrancesGlass 4 giugno 2012 alle 17:21

    Non saperlo, una costante della felicità, credo.
    Una costante dei tuoi post, invece, è che sono sempre così belli da essere incommentabili.

    • ninA 3 luglio 2012 alle 17:21

      ma fg…ma che dici carerrima…
      grazie ragazza, apprezzo la tua intelligenza e il tuo modo di renderla manifesta atraverso quel che scrivi. Ergo se dici così…oltre al dirti grazie di cuore…come se dice a roma “me la sento pure un po calla” 😉
      ma de che….so la solita imparanoiata…però per mezzo secondo me so sentita gajardissima
      🙂

  3. rideafa. 4 giugno 2012 alle 17:21

    nina, la testa questa sera si gonfia e sgonfia. come gli occhi colle lacrime. si trattengono da sole per il senso del dovere, poi si raccolgono in piccoli laghetti senza fondo.
    vòrrei avere un fondo, invece.
    il fondo da toccare. mi viene in mente qualche strano gioco, forse era giochi senza frontiera, in cui ci era da recuperare sul fondo piscina degli oggetti. io non sono mai stata capace di andare sul fondo piscina; ero un disastro come nuotatrice. ho rischiato pure di affogare, avevo dieci anni forse. o dodici. eppure sapevo nuotare. ma non ho nuotato.

    io ce l’ho un fondo nina, vè?
    da toccare, per raccogliermi e poi risalire.
    lo abbiamo un fondo nina, vè?
    da toccare, per raccoglierci e poi ritornare.

    • ninA 3 luglio 2012 alle 17:21

      ..è passato troppo tempo per rispondere come meritano le tue giravolte di pensieri. Però….
      Sare, ci tengo a dirti che anche quando non lascio tracce..io in realtà faccio tipo inchiostro sipatico…
      secondo me un po si capiscxe il senso di sta cosa. ma vabè..

      non lo so se lo abbiamo un fondo sare. E se ce lo abbiamo..allora bè, io credo che sia veramente organizzata male sta cosa del fondo che uno deve toccarlo per poi poter provare a risalire..che bella roba è..sta storia qua. Voglio dì..è un po come la stronzata che se una cosa è complicata allora soignifica che è giusta. Insomma l’antroposofia ad esempio insegna così…ma perchè? ma che è st’imbastita?? ma perchè dobbiamo sempre spezzarci la schiena per poi stare bene??? perchè dobbiamo toccare il fondo per poi poter finalmente risalire?? io l’ossigeno lo voglio ora…ora che mi manca..ora che non c’è..ora che mi cerco insieme alla bocca spalancata per respirare ma..trovo solo aria pesante e caldissima….diffcile da masticare e impossibile da soffiare…
      che peso meno dell’aria ora.
      e se ho un fondo allora boh…e se tu hai fondo….boh..
      se però tu lo tocchi..e poi arrivi su e tutto è leggero e più trasparente ….insomma ecco se ti va di avvisarmi che poi si può veramente risalire..ti prego fallo. Intanto raccolgo telline e mischio sabbia colorata. La metto in tante bottigliette di vetro e ci disegno dentro la superficie..che sarà….
      bisou..

  4. gattaliquirizia 19 giugno 2012 alle 17:21

    ultmamente ci sono stati momenti in cui ho avuto la “secca” percezione di uno stato d’animo che forse sì, potrebbe dirsi di felicità. ho capito subito che c’era puzza di bruciato in tutta la faccenda.

    l’inconfondibile percezione di essere persa, ecco cosa.

  5. bahameen 22 giugno 2012 alle 17:21

    ehi dopo un bacio sulla fronte mi siedo accanto a te sul divano e iniziamo a progettare il nostro cammino di santiago :*

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