Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Giorni sudati.

Ci sono cose che, e cose che non. Cose che avevano la C maiuscola, i toni altisonanti e gli accenti di un tempo che non chiude. Che non finisce, che sta. Cose che uno pensava che, e invece poi non. Invece poi “Nina è tutta un’altra storia”.

Storia. Storia come percorso come ricordo come paura che rimanga ancora così, come prima, come era, e terrore viscerale e sviscerante che non possa mai più essere così, come era, come prima.

Prima. Prima era, oggi è. E io con i verbi ero bravissima, non ne sbagliavo uno e alle verifiche il venerdì mattina prendevo sempre dieci. Dieci il venerdì mattina, con le lasagne del pranzo di nonna Bice che poi il sabato tutti a casa. Il sabato tutti a casa perchè ogni  benedetto giorno fino all 5 e 30 ero prigioniera di quell’asfissiante scatola rosa sulla via cassia, che il numero civico voglio dimenticarlo mica perchè fosse brutta la scatola, apparte l’orrendo colore-noncolore rosa (è mai davvero sato un colore il rosa??) ma solo perchè io nei posti chiusi con degli orari di entrata e di uscita familiarizzo davvero poco. Ora perfortuna ho delle grandi finestre da spalancare  a mia discrezione, ma insomma non lo considero un imporate traguardo.

Per il resto mal sopporto questo caldo benchè rispetto agli scorsi anni abbia anche deciso di non restare verdeinverno e tendere al contrario al beige. Che poi odio il beige, quasi come il rosa, ma che vuoi farci, l’incoerenza spesso non è eliminabile. Ho anche provato a pensarti di meno e pare che ci riesca a giorni alterni, se scavallo le  gambe in un certo modo e se mi impegno così tanto che poi per la sorpresa quasi piango. Ho poi un nuovo bonsai che ho deciso di non far morire e chiamare con il tuo nome. Questo sempre per pensarti di meno e per dimostrarmi quanto bene ci riesca. Ho inoltre fatto pace con la dispendiosissima psicosi di cambiare lo smalto non appena mi cresca di un quarto di millimetro l’unghia. Questo ovviamente solo per rinnovata pirgizia ed evidente mancanza dei tuoi occhi suoi miei piedi. Ho perfino imparato a sedermi sul tram occupando tutto il sedile. Ma non perchè sia meno fissata con lo sporco ma solo perchè ogni tanto è bene variare. Posizione, sfondo, taglio di capelli e concetto che si ha della propria convinzione circa il cosmico disegno di accanisrsi contro di noi. Ho poi imparato a sgusciare gli scampi (mi dicono sia corretto dire “pulire”), è stato difficile e anche piuttosto oneroso ma ho vinto. Vinto!

Vinto? Hai visto, un po per uno. Uno pari. Uno a te uno a me.

Da piccola una volta ricordo che parlai con sdegno per giorni di Ruggero. Ruggero sedeva al secondo banco nella fila di sinistra, aveva i capelli a spazzola, odorava di camino e si accaniva a ripetere con grande orgoglio che suo fratello Paolo arrivasse sempre “uno” alla gara di ruba bandiera.  Ho poi sperimentato che detesto quasi più del rosa e del beige chi dice “settimana scorsa” senza l’articolo davanti, “sali su casa” e chi parla con la bocca piena pensando sia normale. Che ogni tanto è bene stare zitti. Per masticare bene e digerire ancor meglio, per non essere cacofonici, ripetitivi o pensa un po’ tu, bugiardi. Satre zitti per ascoltarsi un po’, per poter essere ripetitivi dentro se stessi, pensare e ripensare e alla fine capire. Arrivare. Arrivare a una conclusione. E arrivare “uno” allora, li, a quel punto, poco importa. Anche Ruggero lo penserebbe, ne sono certa.

Ma io sto cercando di amarmi un po’ di più, e faccio una gran fatica e solo ora credo di capire quanto sia difficile farlo. Provarci quantomeno. Allora ti perdono un po’ sai, ti odoro a memoria cercando di non rimproverarti o rinfacciarti la mia pesantezza e la tua disarmante leggerezza, la tua mancanza nelle cose minuscole della giornata, in una spesa che continuo a fare per due o in scatole che non riesco ancora ad aprire e quindi in scarpe distrutte perche le altre sono ancora li, a casa, e cristosanto se ci penso io non ce la posso fare. Mi tremano le mani e sudo. Sudo forte in un pianto sommesso e un po’ ridicolo. Ma ti perdono un po’….si, e cerco di ricordarmi, malamente e con grande maldestra incertezza, che al cuore a volte si deve comandare. Provarci, quantomeno.

 

 

(E no, non mi daranno un premio per le volte che ho scritto e pensato “un po’“).

 

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noci brasialiane e sencha.

Ogni tanto mollare serve. Ogni tanto mollare è necessario.

Lsciare andare, mollare. Alleggeririsi le spalle e basta.

Io mollo, lascio andare.

 

 

 

Amaranto e crema di mandorle.

Ok. Niente panico. Ormai l’hai fatto e quindi.

Pensare di aver detto no, o meglio si a una cosa e no ad un’altra che apparentemente, insomma, sulla scala delle cose che logicamente e salvificamente sono importanti, metterla in secondo piano rispetto ad una cazzata potrebbe sembrare di primissimo acchitto assurdo. Ebbeno lo è, si certo che lo è. Ma sono giorni di confessioni questi, di cazzate urlate in un pomeriggio qualunque in una piazza qualunque mentre il traffico produce una quantità spropositata di co2 e la gente bestemmia le sue verità suonando clacson e buttando pensieri. Qua e la. Quando gli altri mi camminano intorno e io li guardo affannata mentre apro il mio piccolo cuoricino malato in una danza/lotta fra quello che so di dovere e quello che non so se volere. Li sento tutti i miei battiti. Quelli giusti e quelli che no…non fanno bene. E non ci sono medicine per tutte le cose che fanno male. Per i mei battiti malati sembra le cure non facciano nulla..ma potrebbero mai, poi?

L’amore. Ah…che puttanata l’amore…così grande e pesante che a sentirne il vuoto la schiena si spezza e i polsi cedono e dolgono e non serve scavarsi dentro alla ricerca di forze che comunque lotterebbero ad armi impari. Cosa c’è di più semplice? Di così spiazzatamente semplice e per questo terribilmente diffcile?….
E’ proprio ora, nel mio tempo piccolo e sciocco di poesia zero e parole grezze che mi sembra che l’unica cosa veramente degna di nota sia l’amore..l’amore in genere. L’amore che mai capisco. L’amore per il mio amico che è divenatato papà alla seconda, per una madre che non vede assolutamente nulla di sua figlia, ma è madre con le sue difficoltà e i suoi tremori. Universo in continuo divenire in un confronto al buio spesso senza sottotitoli con quel che ha dato al mondo. E non è una contraddizione, no, non lo è davvero…perchè le verità convivono, e l’essenza delle cose non può essere mai qualcosa fatta di unicità. Il pensiero Unicista non mi ha mai convinto. In nulla.

E così l’amore. L’amore in genere. Ma la verità è che l’amore ci riempie di troppe insostenibili aspettative e nonostante tutti ne mastichiamo bene ogni singolo ingrediente e ne respiriamo la risultante come qualcosa cui per necessità aspirare e per desiderio ambire, io mi dico con un po di paracula indulgenza..che tanto l’amore non si fa mai sapere veramente. Anche quando a distanza ci sembra tutto chiaro e niente perso, anche quando vogliamo mettere le toppe e dirci che no, mica è tutto sbagliato…., e neanche quando siamo così schifosamente onesti con noi stessi da dirci a bassa voce, ma anche alta anche sbattendocelo in faccia che…abbiamo fatto un sacco di stronzate, che abbiamo sbagliato, che bisogna starci. Senza ma senza però e con una buona dose di “alla fine”.

Che è sempre diverso l’amore, e sempre uguale a quando uguale non è stato mai…

E ditemi chi, poi, non ha bisogno di amore. Io ne ho bisogno tanto. Sempre. Anche quando non ho poesia, come ora, e scrivo male e scrivo così, per ricordarmi che un tempo lo facevo per sentirmi libera e viva e che ora libera e viva mi ci sento solo se intuisco sulla pelle e nello stomaco dentro che qualcuno comprende un minimo, un minuscolo spietato minimo, che cosa significhi svegliarsi, adulti, e domandarsi perchè la cosa che più naturalmente dovrebbe accompagnarci d’improvviso ci sfugge, veloce, furba e così fiera da non voltarsi mai per spiegarcene il motivo. E quel dentro poi, quel dentro che vogliamo sempre nascondere o mistificare o proteggere così tanto da sembrare quasi ridicoli personaggi romantici in un romanzo di Goethe…bè, lasciamolo fluire…lasciamogli il tempo di respirare il fuori e vergognarsi al limite, o essere fiero o semplicemente, niente. Niente.

Ho cancellato le visite di Ottobre. Non salgo. Fino a gennaio non salirò..almeno da piani. “vediamo che succede” ha detto il barbuto. E vediamo che succede ha risposo Nina stringendosi il cuoricino e arricciandosi una ciocca di capelli come da piccina faceva in braccio a nonna Bice.

Ho paura. Ho paura e lo dico. Così, come ora, come quando si dice perchè dicendolo sembra tutto meno spavetoso, e gigante e meno idiota e serio e reale di quello che haimè è.

E per inciso io adoro Goethe. E Pazienza. Che non centrano nulla ma è così. Per fortuna che è così.

non ho poesia ma solo qualche inflazionata parolaccia.

Niente da fare. Non ho poesia. In questo  momento di vita ho meno poesia di una fila nei corridoi periferici delle agenzie delle entrate. Sono solo incosciente. Stronzamente, spoeticamente incosciente. Spendo soldi che non ho, mangio cibi che mi sono stravietati dal dottore barbuto, pratico attività fisiche che nemmeno in cartolina a millemila kilometri di distanza e dormo x. X perchè in effetti la durata delle mie nottate diepnde dall’ora assurda in cui mi sveglio. In ritardo. Sudata, incazzata, con la coscienza sporca e appiccicata all’io di chi commette solo cose che non deve e che dimentica tutto il resto. Sono stanca. Stanca di fare la brava, di pendere le medicine, di fare le analisi, di “no grazie non posso” no sei gentile ma meglio di no” “no, davvero, magari un’altra volta”. Un’altra vola?? Ma quale altra volta?????? Quella di oggi se ne va, è scappata è persa!!!! Quella di oggi è già passato! E’ già infinitamente più vicina a una frase di rimpianti che a un singhiozzo di rimorsi! Sono stanca! Si. Stanca di abbozzare a me stessa e alle mie voglie. Sono stanca di dover non essere me stessa. Di imporre regole e noiosamente rispettarle. Stanca morta di dire no….voglio dire si cazzo!!! si!

Ma no. Non si può. Domani mi pentirò nuovamente e nuovamente chinerò la testa…mi guarderò nello specchio e mi aggiusterò la frangia. Uscirò di casa ascoltando let it be e domandandomi per la milionesima volta come cazzo sia possibile che non abbia mai visto un concerto dei Beatles. Leggerò il giornale sul tram e bestemmierò leggendo le dichiarazioni a denti stretti sulle armi chimiche che ho appena sentito all cnn. Poi arriverò al lavoro, saluterò la ragazza cortese alla reception e farò finta che tutto sia appposto. “Bene grazie e tu?” Percorrerò il corridoio che mi porta alla stanza a vetri guardando dritto davanti a me. Penserò che devo cambiare lo smalto dei piedi che mi fa vomitare il profumo al muschio e che odio gli uomini che si tolgono i peli. Entrerò e saluterò, diligente e scoglionata. Dichiarerò mestamente di essere dispiaciuta per il mio consueto ritardo. Quotidiano, cronico ritardo. Nessuno ci crederà e sarò la prima a non farlo. Butterò la borsa sulla tastiera del pc e mi sbragherò sulla poltroncina di pelle che S mi ha regalato l’anno scorso. Chiuderò gli occhi e finchè qualcosa di veramente urgente non mi strapperà le paorle dalla bocca non parlerò. Guarderò fuori e non parlerò. Penserò. Come sempre, costantemente penserò. Di quei pensieri densi e odorosi che a provare a spezzarli viene il fiato corto. Penserò Alle volte in cui credevo che niente mi avrebbe vinta ancora. Che alla fine dei giochi sono sempre stata io a chiudere le partite. Magari stanca, ammaccata, ferita ma in piedi. In piedi e mai voltata per tornare indietro. Penserò alle volte che prepotente ho abusato dei miei sorrisi e della parte minuscola di un ripostiglio per sentimenti di velluto da cui ognuno di loro prendeva vita. Penserò alla leggerezza di certe decisioni e alla pesantezza di troppe indecisioni. Penserò all’ultima volta che sono stata “sana”, ai sandali rotti alla stazione e ai piedi nudi mentre bevevo un frullato e ti aspettavo distratta. Mi raccontavi qualcosa su Ansel Adams.., io ti asocltavo anche se già sapevo il commento con cui avresti concluso il tutto.

Ho sempre saputo prima di te come avresti finito le frasi. E quanto ti faceva incazzare! Pardon….era così. Anche di questo giuro solennemente che sono pentita!! no…non è vero..di questo non lo sono affatto.

A me la lentezza nel parlare mette noia. Mi angoscia. Come la lentezza nel camminare, mangiare, leggere.

Quando non dovevo ricordare mille volte al giorno che “devo” riflettere alltrettante volte su quello che posso o non posso fare, la lentezza era qualcosa che capivo solo da lontano. Solo per poeticità di quel che non conosci. Per solidarietà con la curiosità di fantasticarci su.

E ditemi quel cazzo che vi pare ma a volte i proverbi sono davvero stronzi.

D.

(Distratta) Oggi mentre camminavo per Milano ho pensato che in fondo quella città mi è più amica di quanto Romamiabella non faccia da tempo. Ho guardato le persone nella metro e nessuna mi sembrava ostile. la giornalaia mi ha addirittura domandato se avessi poi trovato via mose bianchi 71. E allora ho vagato e vagato ancora, stordita dalle parole di quel dottore sempre un po’ strano e dal suo imbarazzato modo di fare nei mei riguardi. Oggi però mentre mi asciugava i piedi ho notatao un fare gentile e un infantile garbo color pastello. Non che ormai queste piccolezze mi tocchino, forse però un po mi indicano, da lontano, almeno un po’. Poco ma.., un po’.

(Disfuggita) Ti ho aspettato ancora, sai? L’ho fatto come una stronza credendo che da un momento all’altro un viso familiare mi avrebbe sorriso e ammansito come un tempo. Poi però ho voltato l’angolo, il cielo si è aperto e la vescica ditero al piede faceva un tantino meno male. In treno ho dormito, sognando, a tratti, quando alla stazione mi venivi incontro spalancando solo le braccia senza dire una parola. “Ma cazzo ma dimmela una cosa!!”. Dovevo per forza dire una parolaccia; chissà, il turpiloquio credo mi doni in fondo. E’ roba mia. Sebbene sappia non sia roba di cui farne un vanto.

(Dimaleinpeggio) Milano sushi e coca, davvero molto poco. Troppo poco. In questo periodo secco e gualcito, squattrinato e poco incantato, carico di discorsi per pochi intimi e corse faccia al muro. Milano sushi e coca poco. Pochissimo. Niente.

(Dituttounpo) Milano dove ogni volta vado e spero in un risultato migliore. Piccolo, insignificante ma “risultato”.

(Ditempichefurono) Così penso ai compiti delle vacanze, al terrazzo con le pistrelle arancioni, ai ragnetti rossi spiaccicati vicino ai vasi, alla pizza bollente, alle susine a bordo piscina ai “ninaaaaaa è pronto sali!!”,  a mia madre abbronzata e odorosa di casa all’angolo assolato di quel pezzo di felicità al secondo piano di quella che era la mia tana di bambina. Adolescente. Ragazza adulta, scontrosa e incazzata con tutti ma in fondo solo troppo delicata e fragile per presentarsi a mani vuoti davanti allo specchio dei conti fatti.

(Digiorniandati) Quando ho aperto la porta di casa ho rimescolato tutto il fiato tirato della giornata. Dalla sveglia non sentita delle 7 al treno perso, a quello ripagato, alla Milano sotto la pioggia, sotto il sole, davanti al barbuto silenzioso, per le strade piene di parole, nella metro sudata, seduta sul treno a sonnecchiare, nei pensieri spauriti alla ricerca di un “non te”.

(Digiorniamari) Ho mangiato troppo e pianto troppo poco. Perchè a pensare che ti sia bastata una scusa qualunque per non volermi vedere, ancora non so come e dove abbia trovato la deleteria sfrontataggine di non piangere.

(Digiornivinti) Ciao Nina, a volte i ritorni fanno bene. A volte no. A volte invece non fanno nulla. Semplicememente, mettono il segno. Uno.

(Digiornisoprattuttovinti) Io intanto scaldo l’acqua. Che le tisane, a me, piacciono bollenti anche d’estate.

Nel cesto dei perchè. Camuffati saluti.

Satura di altrui indicazioni per il mio utilizzo, farei volentieri a meno di come sono fatta ma ho smarrito la strada del ritorno e con me stessa in una mano e i tuoi puntini di sospensine nell’altra faccio anche fatica a camminare diritta. barcollo come il fuoco e stono persino le note che conosco meglio. Le ho scritte diligente su un pentagramma muto, ricalcato sulle tue promesse e sgualcito dai miei salti a piedi uniti.

Crema di nocciole, mandorle, crema di nocciole con mandorle, senape, carote, kiwi.

Ordini casuali su scelte poco digeribili. E le tue parole sono comunque più disordinate dei mie menu notturni.

Le donne francesi sono carine anche quando sono vestite di merda.

Questo post l’ho inziziato e cancellato talmente tante volte che credo perfino che dimenticherò la banalità di questo inizio. E della sua fine. Soprattutto.

(qualcuno darà senso e garbo al titolo. Lo so).

Nessun dorma.

All’infermiera cubana tutto culo e bocca puzzava tremendamente l’alito. Se non fosse che più sdraiata di così non potevo stare, sarei sicuramente andata lunga. Mi faceva questa stessa impressione la prof di ripetizioni che tentava inutilmente in quinto liceo di rendermi edotta in matematica quel minimo necessario per affronare la maturità senza dover arrivare a consegnare con la sola figura, fatta oltretutto di merda, quegli ansiogeni fogli timbrati. Il perchè io abbia fatto il liceo scientifico è ancora un mistero che attanaglia me e credo tutte le persone che abbiano potuto sondare con mano la mia totale incapacità nei confronti dell’universo matematica e affini. Che poi per dire nemmeno è del tutto vero..anche perchè in terzo infatti avevo 8 e non solo perchè la povera supplente  somigliante a un bradipo addormentato temesse le mie scarpe, ma anche perchè apparte l’agghiacciante aspetto era davvero brava a spiegare e soprattutto ad ascoltarti. Ascoltare dubbi, domande, pause, fughe al cesso e stronzate usate come scuse per non aver studiato. Il bradipo ci guardava negli occhi. Ci trattava con cuore. Ecco cosa. Ci trattava come persone piene di cose da dire nonostante l’apparente ignoranza dei modi e il bieco disinteresse dei più. Ho voluto bene a quella donna. E quando quel coglione culosecco  di  M la fece piangere perchè non smetteva di ridere e lei non smetteva di dirgli basta e lui continuava e lei insisteva e lui si mise in piedi sul banco e le gridò in faccia e lei scappò via…, io quella corsa che feci dopo aver detto a M che era il  più idiota degli idioti  e essermi beccata i vaffanculo di tutta la ridanciana classe…se ci penso adesso, ancora mi sento la persona giusta e poeticamente ridicola di quel giorno di fine maggio, mentre inciampavo nei pantaloni e volevo a tutti i costi gridarle la mia solidarietà. Che capita a tutti di essere deboli prof! che noi ci sentiamo così di continuo!! che anche se fanno mille gradi e lei se ne va in giro impaurita e smunta con un maglione di lana color cacca a collo alto, quella orribile tuta tipo pigiama e quel cappello a mo di berciolino da carcerato che cristo santo rimane sconosciuta la motivazione che la spinge a tutto ciò, bè, ecco, lei è una gran figa prof. Lei mi fa sentire importante e degna di ascolto. Lei mi ha fatto capire quello che nessun professore mai in tutti questi merdosi anni di studio. Lei è un a grande. E io le volglio bene prof. Rimanga….

Bè io non riuscì mai a dirgliele tutte queste cose al bradipo. Perchè il bradipo dopo quel giorno non tornò più. Che i voti li avevamo. Che lei era malata. Che insomma basta. Fine. Addio.

Il bidello G. che non mi fece uscire dalla scuola per inseguirla e che oltretutto chiamò la vice preside per punirmi ancora me lo ricordo e ancora lo odio. Bastardo di un bidello. Tra l’altro secondo me fu lui a rubarmi la criptonite rosa fuxia onestamente trafugata da C a porta portese.

Nina:”Scusi fa male??”

cubana: “no, solo un po più di ora”.

Nina: “Ma ora fa già malissimo”.

cubana: “Allora fa male”.

Nina: “Bene”.

 

E la giornata passò, e la nottata passò. E la giornata ancora..e la nottata, poi. Ora. Il ventilatore mi spara in faccia inutile aria calda, il collo mi suda, i capelli sono troppi e io domani vado a trovare il bradipo. Ritrovata per caso, senza caso. Forse per un motivo molto più profondo di quel che in apparenza stanotte, so.

La romantica danza dei gamberi. Il mio modo maldestro di stringere i pugni.

Ho un nodo in gola che mastico e mando giù. Ingoio e rimastico e poi ancora ma niente. Movimenti disciplinati e meticolosi. A volte involontari, altre indirizzati e ancora giusti, precisi. Vorrei non essere l’estranea che vedo da fuori. Una sottile donna incazzata con il mondo per non essersi fermato e aver azzerato tutto. Una volta, ancora.

(di notte penso spesso a un tratto di strada che facevo a piedi quando abitavo nella mia vecchia casa. Quella in cui sono cresciuta. La casa che costruì mio padre. L’unica che io abbia mai percepito come mia, come “casa”.  Un tempo sono stata una fumatrice  e comparre le sigarette era come accendersi la prima della giornata: doveroso e intimo. Per arrivare alla meta passavo in un viottolo che costeggiava la via cassia. Le macchine correvano ma li sopra io mi sentivo al sicuro. In salvo. Qualche cane portato al guinzaglio, bambini con tricicli e io con le mani in tasca, i pantaloni verde militare comprati a via Sannio, una maglietta grigia con le maniche lunghe blu e i capelli ancora umidi dopo la doccia. Una scritta mi perseguitava: “20 belle roselline”. Era il mantra del baracchino di fiori. E ancora oggi, ogni tanto, mi si accende nella testa lampeggiando fastidiosa e insistente come di certo non facevano le sbilenche lettere scritte a mano su un pezzo di cartone appoggiato al vetro. Ricordo che arrivavo al tabacchi passando prima per il bar, prendevo un cappuccino chiaro con tanta schiuma e un pacchetto di vigorsol senza zucchero. Ultimamente penso spesso a un giorno vago, senza titoli, verso sera. L’odore del tempo caldo che arrivava e il distributore nuovo con tutte le sigarette tranne le mie. Canticchiavo Polly e a tratti ripetevo l’inizio del capitolo sul circolo di Vienna. Mi fermai su una panchina davanti al bar e fumai lenta mentre guardavo il vecchio alla cassa che sistemava le monete. La cenere mi volava addosso. Il vento era velluto. Ero maledettamente felice quel giorno, solo che non lo sapevo.)

Il titolo lo metto domani. Domani è un altro giorno. La dieta la comincio domani. Perchè domani si fa credito. Domani si vedrà.

Voglio mettere un segnale di divieto sul cuore e sbattere forte gli occhi. Non so, forse per cambiare scenario o forse solo per farli lacrimare. Dice che poi tutti i pezzettini di troppo vengono sputati fuori. Allora alzerei le braccia come per farmi tirare su da qualcuno seduto più in alto e soffierei fortissimo come quando si soffiavano i soffioni da piccoli, quando tutte i piumini correvano via e il sole accecava “gajardo e tosto”.

Voglio cacciare tutto lo sporco e buttare vie le sbavature. Indossare il vestito da pirata della quarta elementare e inforcare il vuoto, ingurgitare felicità e dimenticare di mettere la mano davanti alla bocca quando sbadiglio. Arrangiarmi come posso e contare monetine. Cantare mentre stendo “Happiness ia a warm gun” e ripetermi all’infinito che la canto da dio. Odorare la buccia dei mandarini e leccare il sugo con la faccia nel piatto. Sentire il cuore che batte e assicurarmi che sia tutto in ordine, nel disordine. Guardare ancora ridere papà e appoggiare la mia testa sulle sue gambe dentro pantaloni di velluto anni 70. Trovare al mattino gli occhi azzurri della nonna e stringere il dito indice di mia sorella.

Sono una donna con desideri da bambina. Mani piccole e giorni faticosi da arrampicare in salita con il fiato tirato. Dovrò fare dei conti e dovrò farli precisi. Senza errori. Concentrarmi sulla colonnina dei più e passare diligentemente ma senza esagerare a quella dei meno. L’indulgenza con se stessi andrebbe sempre praticata. Una sorta di morbido mantra da ripetere con garbo e perseveranza. Allora indosserò le mie ballerine preferite i pantaloni sixty e una margherita grande nel taschino della giacca. Metterò lo smalto che adoro e lascerò cadere dietro di me piccoli sassolini arrotondati e mandorle fresche. Mi legherò in alto i capelli e mangerò delle patatine in busta facendole appiccicare al palato, lasciandole sciogliere così, piano. Da piccola millantavo una particolare tecnica nel farlo. Come il rotolino con la lingua, la verticale al mare e l’acqua saponata per le bolle di sapone. Penserò al bordo dei tramezzini nani e a quanti sono in grado di mangiarne. Alla pasta fatta in casa a natale e ai capelli-labirinto di mia madre. Immaginerò di attraversare Abbey Road e arrivare dove so. Salire la Rambla e guardare in giù da ground zero. Correre nell’erba della Provenza e fumare quella di Johannesburg. Sorridere davanti alle scuole aperte di Kabul e piangere dietro a un muro a metà a Bagdad. Mangiare falafel bollenti e bere thè alla menta a Dahab. Galleggiare ad occhi chiusi nel mar morto e ballare malissimo il tango senza scarpe a Cordoba. Vomitare a Pankow e fare finta di essere negli annia sessanta a Cristiania. Meravigliarrmi del colore del Gange, alle sei, nel mese di dicembre. Perdermi una scarpa a Nizza e maledire l’acqua del rubinetto di Aquaba. Faticare in bici sulle salite San Francisco e riposarmi esausta a Marrakesch. Camminare all’indietro a Gerulasemme e respirare pianissimo, incantata, sul monte degli ulivi. Accarezzare le ciglia in un letto salentino e fare promesse che stringono. Festeggiare la libertà a Pristina e mangiare gamberi fritti a Dubrovnik. Prendere le botte e rompermi un piede mentre pacificamente manifestavo – in una città – italiana – nel 2001. Guardare le montagne dell’Arabia Saudita e non volere più tornare. Scrivere cartoline e poi mail sulle scale di Santorini. Perdere valige a Paros e non trovarle mai più. Accorgermi di non avere il passaporto alla frontiera austriaca e bere mate a Lima. Sbagliare treno a San Sebastian e ridere sensa sosta a Pamplona. Baciare il suolo del Suriname e piangere senza farmi vedere a Montparnasse. Perdermi al freddo in piazza Dam e ritrovarmi al caldo faticoso di Maputo. Benedire due braccia aperte alla stazione di Milano e sentrmi finalmente a casa davanti ai murales del villaggio globale tornando a Roma. Romamiabella. Sempre.

Penserò a tutti questi fotogrammi di vita. E a tanti altri. Al fatto che immagianrli, ora, è solo un dettaglio, stupido. Che un viaggio in un tubo rumoroso in fondo può essere solo un dettaglio. In una vita. Ditemi in bocca al lupo ninA, mandatemi un bacio rumoroso e ricordatemi di quando mi venne il singhiozzo all’esame di maturità, un’attacco di orticaria durante la mia sessione di laurea, una caduta di faccia mentre firmavo da testimone e il vuoto siderale mai colmato davanti a una platea. Ricordatemi che sono buffa, che secondo me ho il polpaccio troppo corto rispetto alla lunghezza della gamba, che detesto la frase”ci prendiamo un caffè” e che sono leale. Non baro. Mi si vince facile a me. Sono quella che si vede, non ho fondina e capienti cilindri. Non baro e quindi neanche stavolta lo farò. Andrò li con quel che ho. Patteggerò un “cambio”, forse, ma lo farò a mani aperte. Tanto con lei conviene armarsi solo di coraggio. Io ne ho, ma si accettano suggerimenti. Anzi, no. Accetto confetti. Alla mandorla ovviamente, da mangiare in silenzio a casa mia quando tutto questo in un modo o in un altro sarà finito. Ho sempre adorato i confetti alla mandorla. Una volta ne ho mangiati esattamente 27.

suerte!