Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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Il senno di mai.

E’ tutto estremamnete più semplice di quanto non si creda. Gli altri sono più semplici, noi lo siamo. La reciprocità lo è. E anche le delusioni lo sono. Le delusioni sono qualcosa di talmente semplice che a volerle complicare ci si perde e basta. Io per dire stasera mi sono persa tornando a casa ma questa è un’altra stroia, più semplice ancora di una delusione semplice.
( e così, random, ma con sense,
come si fanno ad avere gli asciugamani del bagno sempre perfettaente abbinati fra di loro e con il resto?
Per me questi sono misteri. Veri).

Scena prima. Atto unico.

Gesti senza amore che ricordo, parole d’amore ad abbondare. La distanza dolorosa fra ciò che è verità e il lirismo di sapienti formule.

Non so. Sarà che oggi ho la chioma addomesticata e in niente mi ritrovo. Neppure nello specchio che a volte racconta verità più di qualsiasi maldestra confessione alcolica e delle sue dislessiche rappresentazioni, lì, nel bilico poetico fra ciò che si lascia accadere e ciò che si vuole accada.  Del resto ho pisciato ubriaca in troppi posti per meravigliarmi di quanto sia ipocrita e inutile tentare di ricostruire poi il giusto significato che si voleva dare. E incredibile come ci sia sempre un qualcuno che voleva dire o fare cose che poi non ha fatto mai. Ogni piece che si rispetti, del resto, ha il suo.

(a pensarci bene, però, potrei gioire del fatto che “gesti senza amore che ricordo” e non “gesti senza amore che vedo”.)