Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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Nel cesto dei perchè. Camuffati saluti.

Satura di altrui indicazioni per il mio utilizzo, farei volentieri a meno di come sono fatta ma ho smarrito la strada del ritorno e con me stessa in una mano e i tuoi puntini di sospensine nell’altra faccio anche fatica a camminare diritta. barcollo come il fuoco e stono persino le note che conosco meglio. Le ho scritte diligente su un pentagramma muto, ricalcato sulle tue promesse e sgualcito dai miei salti a piedi uniti.

Crema di nocciole, mandorle, crema di nocciole con mandorle, senape, carote, kiwi.

Ordini casuali su scelte poco digeribili. E le tue parole sono comunque più disordinate dei mie menu notturni.

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Teatralità.

Poi della noia mica sempre bisogna dirne male. Io per dire oggi ne dico gran bene. E a letto mi rotolerò giocosa fra le parole che non ho detto e quelle che non ho giustificato. Sai mica dove ho lasciato i margini?

(avrei da capire cose. Ma scritte su un vetro, mi risulta un po ostico. si.)

Fuggevoli attese.

Ti aspettavo seduta sul motorino, mi giravo una sigaretta e contavo alla rovescia il tempo che ci mettevi.
Il pulsante del cancello, il cane nero che ti abbaiava dietro e una tenda scostata che scivolava leggera nascosta dalle tuie al primo piano. Che buffo pensarmi con la sigaretta ora, mi sembra una vita fa. Era una vita fa. Quando i capelli annodavano sogni e anellini d’argento, palline colorate e fili da intrecciare. Era così.
Pensieri affollati e tasche piene.
Ti aspettavo con la sola certezza che avrei alzato gli occhi e ti avrei trovato li, scaraventato dal tuo mondo fatto di orari da rispettare e risultati da mostrare. Tu che non centravi con nulla che  fosse mio, tu e le tue camicie sempre ben stirate, la stanza luccicante e i modi apposto, dove dovevano. Eppure io ti aspettavo tutti i giorni, e tutti i giorni aspettavo il momento in cui ti avrei sentito leggere, in cui avrei potuto ascoltare, e basta. Il momento in cui aversti girato le pagine giocherellando con le dita sul ginocchio, scuotendo la testa ad ogni frase controversa e lasciandoti odorare senza nemmeno saperlo.
Ti aspettavo come si aspetta qualcosa che io credevo non sarei mai stata e guardertelo scritto sulla faccia era ogni volta un pugno nello stomaco, rinnovato colpirmi che serviva così, tu mi servivi così.., apparentemente distante e privo dell’ingombrante significato che dovevo dare a tutto. Tu non cercavi il mio consenso e io non volevo mi mostrassi nulla. Ci bastavamo così.
Ti aspettavo e non sapevo mai dove guardare. “Perchè non sei mai voltata verso il portone? perchè non mi guardi mai mentre cammino?” Non ci riuscivo. Era timidiezza, era non sapere perchè fossimo li, insieme, tutti i giorni alla stessa ora. Era il segno di un desiderio che non volevo riconoscere. “E tu perchè non mi tocchi mai?” Avevo paura a chiedertelo, e ogni volta aspettavo la risposta pregando non arrivasse. Abbassavi gli occhi e frugavi nelle tasche. Arricciavi le labbra e cercavi qualcosa cui aggrapparti, un solido appiglio incapace di frane, una fuga sicura fatta di cose, cose qualunque, cose da cercare, toccare pur di non rispondermi, pur di non dover fingere un perchè che non c’era. Non ci siamo mai avuti. Eppure..
Eppure abbiamo riempito bottiglie di parole, cassetti colmi di meraviglia e nostalgia, dolori come fiere in divenire da tenere a bada. Omeopatici rimedi l’uno dell’altra, piccole quotidiane dosi di cure fatte di profonde similarità nella superficiale differenza.

Tu, devi essere leggera! cosa ti manca Nina? Cosa hai perso? Nina!”

Il senso, probabilmente,  era che non aveva senso. Tutte le nostre parole erano solo per il gusto di sapere che non ci sarebbe stato altro. Nessun dopo, nessun aggiustamento. Niente. Solo parole ed echi di morbidi imbarazzi. Desiderio di stare vicini nella paura di aversi. Pensieri lasciati, mai chiariti. E adesso, adesso che le risposte non mi spaventano più, che ho svuotato le mie tasche e ne ho fatto spazio edificabile, adesso, vorrei sapere dove sei. Guardarti piano e imparare l’odore di un tempo più maturo. Accogliere le tue mani e spaventarmi della somiglianza nei ricordi. Forse per cercare frai palmi i perchè che avevamo solo immaginato, ammansito, o forse Così. Senza motivo, “semplicemente”. Come era il tempo, fra di noi.

(Preti e signorotti a stringere mani da pulire. Rosa Balestrieri e apostrofi di coraggio.

Il tuo mondo, mai capito, custodito da segreti e paure a bassa voce.

Voce roca, ciglia scure.

Potevamo addomesticarci, invece ci siamo amati.

Di nascosto.)

Rappresaglia.

Non ne ricordo il motivo, sai.

Di quel tempo da giustiziare ne ho preso tanto e te ne ho dato ancora. Salvadanai di memoria a buon mercato e strati di “non lo so” cui lasciare resti spesso rosicchiati. Mi sono unta di timori e ti sono venuta incontro, così che la paura per ciò che avresti detto o fatto mi avrebbe riparato da azioni avventate e probabilmente giuste.  Forse. Nel mezzo mi sono fermata, un po’ stanca, certo, ma mai senza il maltrattato desiderio di provare a comprendere. Tentare. Di prendere il senso che mi porgevi e accoglierlo per quello che era. Semplici tentativi di sfogliarsi nel misurarsi spesso maldestro di giornate ammassate, disarticolate nel bilico del desiderare. Prendevo fiato e mi rituffavo e di quel fiato mai finito ho tinto il suono di ogni mio singhiozzo. Perchè non mi hai fermata? perchè hai aspettato che ti fossi così ingenuamente vicina per tirarti indietro? Non bastava forse il sapere dove stessi andando per farti arrettrare? Hai dovuto vedere fin dove mi spingessi, fin dove avessi il coraggio di dire e non fare. Ho lasciato che occupassi territori non tuoi. Piccole invasioni quotidiane ben nascoste per non fare rumore. “Piano!”. Hai atteso che mi appendessi coraggiosa per poi tirarmelo via da sotto le mani quel coraggio, così, senza spiegare troppo, solo sfilare e aspettare. Studiare la reazione, guardare e andare oltre. Un passo garbato e armonioso, il tuo, sempre a tempo e mai nel posto sbagliato. Solo una volta lo hai affrettato, e se lo hai fatto per sbaglio bè, io da qui non ne sento l’eco. Delle tue scuse. Perchè non ci sono, vedi, non me le hai lasciate e io non le posso incastrare. Trovare combinazioni di comodo e legarle insieme andava bene quando le parole stavano li solo per me, adesso le hai disperse e a me, banalmente, non interessano più.

Hai perso l’eleganza della verità strada facendo. Tutto qua.

(In fondo un corpo altro non è che il custode temporale della sua utilità su questa terra.

E allora vedi che non ti ho lasciato poi molto.

– Bugiarda, Nina -)

Analogico/digitale.

Ci sarà un tempo fatto di caprifogli, dove si sperimenterà il noi e non si ammiccheranno sentimenti in perenne scadenza. Dove i fax simili di serenità a tempo determinato non ci faranno tremare. Ognuno per sè.

C’era una cosa che mi faceva sorridere: il tuo senso di spaesamento di fronte all’inevitabilità del “dopo”. Cosa succede dopo? e dopo? chi viene dopo? L’imminente senso di smarrimento per ciò che sarebbe stato solo in un momento postumo.

Nel fra-(t)tempo soggiorni nel disimpegno e ti meravigli di quello che passa e lascia. Il tempo. Arriva  e prende. Lo guardi stupito e assente come si guardavano i tram sul lungotevere nelle sere di fine settembre, quando il campo era sfuocato e per sbaglio, solo per sbaglio, lo scatto era poi splendido. “Non c’è obbiettivo se non c’è cuore”. Ripetevi.  Allorecchio, piano piano, ti dicevo che “non smette mica di passare, al limite sei tu che ti fermi”. Esattamente come stai facendo ora, maledendo i forse e giustificando il tutto con pregiatissime note a piè di pagina. Di default mi chiedi se hai sbagliato, e a fatica trattengo il timore dell’incomprensione che da sempre mi porto dietro e che ancora non so dove lasciare. Perchè inquina. Inquina e rovina tutto. Io questo lo so.

(Ci avevi mai pensato a quelle a fine capitolo? )

Ho smaltito rifiuti e rammendato discorsi. Ora sono io che mi fermo. Mi fermo senza voler aspettare.

Zenzero e cumino, lasciati li…..

Sotto gli occhi, piccoli nei.

La barba mi sa di casa. Mi sa di caldo di qualcosa che contiene. Protegge. Quando da bambina leggevo storie di ritorni il simbolo che ne disegnava il percorso, la lunghezza del viaggio, era la barba. La visione di un uomo stanco con gli occhi colmi di immagini e il cuore saturo di mancanze.  La barba mi raccontava del punto di incontro fra la dimensione della lontananza e quella dell’attesa. Uno spazio rarefatto dove i due universi chiudevano fuori tutto il resto. Li rimaneva solo quello che dell’uno l’altro aspettava. Così immaginavo il passo veloce dell’entusiasmo di chi resta, lo stupore, la timidezza di un desiderio a lungo appoggiato, li, dove lo vedi con difficoltà nello scorrere del giorno, nelle accortezze delle cose da fare, nell’affanno di quelle cui rinunciare, ma che non cede mai il passo al dimenticare. A quello che era senza quello che è stato. Il ritorno.

Ti aspettavo tutte le sere come si aspetta un papà. Giocando su un tappeto e sfuggendo a un rimporvero. Una sera poi, ho smesso di farlo. Il tappetto era diventato un luogo senza appigli e tu non ti affiacciavi più.

Senza ricordare i piccoli anni che si contano su una mano sola, qualcuno urlò brusco di uscire dalla cesta dei giochi dove mi nascondevo quando percepivo che qualcosa non andava. Sono uscita e le luci erano spente. Il vestito della mamma era sbiadito e i capelli delle mie sorelle diversi. Anche la mia faccia era diversa, le ginocchia non si sbucciavano più negli scivoloni sul marmo lucido del salone e il parquet del corridoio aveva smesso di scricchiolare. Tutto era in silenzio. Estraniante attesa nel chiasso di una strana festa dove ognuno mi era improvvisamente estraneo.  Anche la vicina mi sembrava sconosciuta.  E anche la cesta dei giochi non era più la stessa. La mia voce era cambiata e i miei occhi non ti trovavano più. Eri fra le ciglia, umide e scure. Impigliato in un nodo che stringe e non molla. Nascosto da quel velluto bagnato e imprigionato li. Fuori da me.

Fra le mani stringevo un topolino dalle orecchie giganti che amavo fedele da quando avevo avuto gli orecchioni. Che storia quegli orecchini li papà. Il lettone era caldo e la luce del comodino mi ricordava i racconti di Poe. Tu ti alzavi e andavi in bagno, poi tornavi e dopo avermi messo le gocce calde nell’orecchio mi posavi piano la tua mano grande li dove mi faceva male. Il topolino era di spugna e aveva una tutina celeste. Gli stringevo la zampa e ci strusciavo su il dito liscio. Era un po ruvido e quel contrasto mi rilassava.

Rarefatto. Di nuovo. Ancora. Lontananza e attesa.

La gente parlava, qualcuno perfino rideva e mangiava qualcosa. Mia madre aveva un vestito bellissimo ma era triste. Bellissima e triste. Ma come sempre educata e all’altezza. “Composte bambine, composte”. Che io composta papà non lo sono mai stata e nessuno infatti ci ha mai creduto alla storia del vestitino blu e delle calze bianche al ginocchio. Che io tendevo sempre li dove mi veniva detto “no!” Infatti papà, e non ti arrabbiare poi che ho disubbidito alla nonna che mi cercava e  mi voleva sistemare il vestitino, io in tutta quella gente, alla quale dal mio nascondiglio vedevo solo le gambe, cercavo un po’ ebete la tua faccia, sperando che, chissà, a un tratto saresti entrato dalla porta grande del salone e avresti fatto smettere quell’assurda macabra teatralità a mezz’asta. Persone fatte solo di gambe, voci senza busto, senza facce, perchè di faccia io, da li, volevo vedere solo la tua. E se vessi avuto la barba, papà, magari un giorno poi saresti tornato, il tappeto sarebbe stato ancora quello dei giochi e la mamma avrebbe smesso di essere educata.

Santè…

(ti ricordi mica se il destro è più grande?..il mio si, per dire..)

Ri-ordini.

Che poi a doversela inventare una felicità forse c’è anche più gusto.
Solo poi bisogna crederci. All’invenzione e all’inventore.

Di modalità inespresse e di supermercati dove non vendono i sentimenti. (da supercose, perdire, il reparto bio non ha le zuppe di legumi e le gallette di mais sono quelle alte, spesse, che sembrano polistirolo sparso la mattina di natale)

Servirebbero cartoni d’amore a lunga conservazione.