Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Categorie: cigliaumide

Giorni sudati.

Ci sono cose che, e cose che non. Cose che avevano la C maiuscola, i toni altisonanti e gli accenti di un tempo che non chiude. Che non finisce, che sta. Cose che uno pensava che, e invece poi non. Invece poi “Nina è tutta un’altra storia”.

Storia. Storia come percorso come ricordo come paura che rimanga ancora così, come prima, come era, e terrore viscerale e sviscerante che non possa mai più essere così, come era, come prima.

Prima. Prima era, oggi è. E io con i verbi ero bravissima, non ne sbagliavo uno e alle verifiche il venerdì mattina prendevo sempre dieci. Dieci il venerdì mattina, con le lasagne del pranzo di nonna Bice che poi il sabato tutti a casa. Il sabato tutti a casa perchè ogni  benedetto giorno fino all 5 e 30 ero prigioniera di quell’asfissiante scatola rosa sulla via cassia, che il numero civico voglio dimenticarlo mica perchè fosse brutta la scatola, apparte l’orrendo colore-noncolore rosa (è mai davvero sato un colore il rosa??) ma solo perchè io nei posti chiusi con degli orari di entrata e di uscita familiarizzo davvero poco. Ora perfortuna ho delle grandi finestre da spalancare  a mia discrezione, ma insomma non lo considero un imporate traguardo.

Per il resto mal sopporto questo caldo benchè rispetto agli scorsi anni abbia anche deciso di non restare verdeinverno e tendere al contrario al beige. Che poi odio il beige, quasi come il rosa, ma che vuoi farci, l’incoerenza spesso non è eliminabile. Ho anche provato a pensarti di meno e pare che ci riesca a giorni alterni, se scavallo le  gambe in un certo modo e se mi impegno così tanto che poi per la sorpresa quasi piango. Ho poi un nuovo bonsai che ho deciso di non far morire e chiamare con il tuo nome. Questo sempre per pensarti di meno e per dimostrarmi quanto bene ci riesca. Ho inoltre fatto pace con la dispendiosissima psicosi di cambiare lo smalto non appena mi cresca di un quarto di millimetro l’unghia. Questo ovviamente solo per rinnovata pirgizia ed evidente mancanza dei tuoi occhi suoi miei piedi. Ho perfino imparato a sedermi sul tram occupando tutto il sedile. Ma non perchè sia meno fissata con lo sporco ma solo perchè ogni tanto è bene variare. Posizione, sfondo, taglio di capelli e concetto che si ha della propria convinzione circa il cosmico disegno di accanisrsi contro di noi. Ho poi imparato a sgusciare gli scampi (mi dicono sia corretto dire “pulire”), è stato difficile e anche piuttosto oneroso ma ho vinto. Vinto!

Vinto? Hai visto, un po per uno. Uno pari. Uno a te uno a me.

Da piccola una volta ricordo che parlai con sdegno per giorni di Ruggero. Ruggero sedeva al secondo banco nella fila di sinistra, aveva i capelli a spazzola, odorava di camino e si accaniva a ripetere con grande orgoglio che suo fratello Paolo arrivasse sempre “uno” alla gara di ruba bandiera.  Ho poi sperimentato che detesto quasi più del rosa e del beige chi dice “settimana scorsa” senza l’articolo davanti, “sali su casa” e chi parla con la bocca piena pensando sia normale. Che ogni tanto è bene stare zitti. Per masticare bene e digerire ancor meglio, per non essere cacofonici, ripetitivi o pensa un po’ tu, bugiardi. Satre zitti per ascoltarsi un po’, per poter essere ripetitivi dentro se stessi, pensare e ripensare e alla fine capire. Arrivare. Arrivare a una conclusione. E arrivare “uno” allora, li, a quel punto, poco importa. Anche Ruggero lo penserebbe, ne sono certa.

Ma io sto cercando di amarmi un po’ di più, e faccio una gran fatica e solo ora credo di capire quanto sia difficile farlo. Provarci quantomeno. Allora ti perdono un po’ sai, ti odoro a memoria cercando di non rimproverarti o rinfacciarti la mia pesantezza e la tua disarmante leggerezza, la tua mancanza nelle cose minuscole della giornata, in una spesa che continuo a fare per due o in scatole che non riesco ancora ad aprire e quindi in scarpe distrutte perche le altre sono ancora li, a casa, e cristosanto se ci penso io non ce la posso fare. Mi tremano le mani e sudo. Sudo forte in un pianto sommesso e un po’ ridicolo. Ma ti perdono un po’….si, e cerco di ricordarmi, malamente e con grande maldestra incertezza, che al cuore a volte si deve comandare. Provarci, quantomeno.

 

 

(E no, non mi daranno un premio per le volte che ho scritto e pensato “un po’“).

 

Annunci

Voce sottile per lucciole timide.

“Io non lo farò mai. Giuro”. Parole inutili come cantilene  e pensieri da funanbolo.

In bilico, ferma, mani bloccate e cuore in tormenta. “Non c’è timore nella solidità della verità”, questo mi ripetevi B, eppure sapevi che sarebbe venuto un tempo più spigoloso in cui la verità non avrebbe potuto essere accolta. Sempre. Con la sua nuda eleganza, poco paziente e spesso di corsa. Quanto può fare male una verità? Millemilavolte di più di una bugia sciocca e codarda. Ma ci sono momenti e modi nelle giravolte della vita che non è possibile preventivare o assicurare. E allora a volte si mente, si mescolano scuse per averlo fatto e ci si grida dentro di quanto siano ingiuste quelle giravolte, di quanto si possa essere incapaci di fermare il senso di vertigine e mettere un punto a quel girare. Cercare. Magari scappare?..

Oggi ho detto una bugia a una piccola persona. Ho sentito il cigolio della delusione intrappolata nelle corde vocali e il suo capire acerbo che qualcosa non tornava. Allora di nascosto ho fatto un pianto nodoso e sommesso ma non sono riuscita ugualmente a dirle nulla di più. So dei suoi sogni traballanti e dei suoi occhi impauriti. Un tempo era più facile. Un tempo la stringevo e basta, le pulivo il nasino lentiginoso e srotolavo polpastrelli leggeri sulla pancia per farla addormentare. Cantavamo insieme cose stupide e felici mentre i respiri ci si annodavano nel buio fra copertine profumate e un sonno di zucchero filato. Parole color pastello e risate senza fiato erano i giochi insieme. Un portacenere di das e iniziali uguali, un cuore sullo specchio e nascondigli per piccole ferite da disinfettare, consolare. Ora non riesco a capire i suoi disagi, o forse li capisco talmente bene che fuggo sorda per non sentirli. Spilli minuscoli e sapientemente ficcati come agopuntura per non curare. Perchè non riesco a dare aiuto a nessuno adesso. Perchè non so nulla di solidità e non posso imparare se non riesco ad ascoltare.

L’ho delusa. Di una delusione tratteggiata che rimane fra i capelli anche se lisci, anche se lucidi. O forse proprio per quello.

(non c’è nulla fra le parentesi. Oggi nno c’è nulla.

solo un nodino alla gola che acchiappa tutto e stringe.

“Se” spaesati e diasporiche incapacità.

Fare, desiderare, dire).

Fra le note un po curiose di campane dispettose

ecco il suono dei balocchi suona forte tre rintocchi..

giù nel cesto a dir di fate ma.. voi no! non vi svegliate!!

Dormi bene bimbo bello e giù non correr nel tranello...dormi e sogna del castello!!

Fate e gnomi a tesser trame di magie e filigrane.  

Eran giorni di calzette, mostri buffi e piroette..

Dormi e sogna bimbo buono e lascia andare questo suono…

din, don, dan da bisbigliare..

non scappare, fammi stare..

din, don, dan da dire piano..

non lasciarmi mai la mano..

din, don, dan..

era l’arcano…e forse il senso…

..è un po’ balzano…”