Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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Scena prima. Atto unico.

Gesti senza amore che ricordo, parole d’amore ad abbondare. La distanza dolorosa fra ciò che è verità e il lirismo di sapienti formule.

Non so. Sarà che oggi ho la chioma addomesticata e in niente mi ritrovo. Neppure nello specchio che a volte racconta verità più di qualsiasi maldestra confessione alcolica e delle sue dislessiche rappresentazioni, lì, nel bilico poetico fra ciò che si lascia accadere e ciò che si vuole accada.  Del resto ho pisciato ubriaca in troppi posti per meravigliarmi di quanto sia ipocrita e inutile tentare di ricostruire poi il giusto significato che si voleva dare. E incredibile come ci sia sempre un qualcuno che voleva dire o fare cose che poi non ha fatto mai. Ogni piece che si rispetti, del resto, ha il suo.

(a pensarci bene, però, potrei gioire del fatto che “gesti senza amore che ricordo” e non “gesti senza amore che vedo”.)