Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

Archivi Categorie: di salmastre schiere e giorni a chiocciola

Un cielo azzurropigiamino.

Pomeriggi sospesi a guardarti. Momenti fatti di buio concreto con la paura ti svegliassi e mi chiedessi forze che non avevo. Che non sapevo. Che non erano. Mamma trascinava i piedi con la pesantezza e la muta rassegnazione di chi non sa dove andare, di chi non ha interesse per l’arrivo perchè già ha visto, già ha pregato, già ha smesso di sperare.

O mi lasciò davanti al cancello e fino all’ultimo mi chiese se fossi sicura. Mi baciò i capelli e come sempre in quei giorni me li legò. Lo volevo io. Con tutto quel disordine scapigliato mi pareva sempre di mancare di rispetto. Di essere irriverente verso la sofferenza.

La nottata toccava a me, era il mio turno. Avevo insistito per farlo e nessuno poteva pirvarmene. Spaventata e piena di assurde domande non avevo neanche l’ombra di quel coraggio dispettoso che millantavo. Ma era così. Era giusto così. Mi tremavano le gambe, e i gradini dell’entrata che in genere facevo due per volta quella sera mi sembravano ripidi e traballanti come non mai. Uno per uno. Dolenti e importanti come fossero gli ultimi prima di un traguardo. L’ascensore illuminava lento i numeri dei piani. Guardai il telefono, erano quasi le nove.

L’aria era ovattata, silenziosa. Sentivo con i polpastrelli i riverberi dei tuoi lamenti correre lungo i lucidi corrimano dell’ottavo piano. Erano ore fatte di impotenza, del mio sentirmi e sapermi piccola, insulsa rispetto alla grandezza della tua prova. Ripercorrevo a memoria e senza un motivo il suono e le direzioni della pallina da tennis gialla con cui mi sfogavo a casa e che toccava precisa una per una le cose urlate al muro, quelle scritte di corsa, per liberarmi, svuotarmi, cullarmi. La sbattevo forte e senza meta, e quel che tornava veloce indietro era molto di più di una parete disegnata, scritta, tempestata di parole, di racconti, di ricordi. Era vita. La stessa che ti sfuggiva ora e in cui solo poco prima ti rotolavi inquieta, in cui correvi  fiera, bella e raggiante ma anche fragile e nascosta come nessuno vedeva mai.

I passi molesti della caposala mi ricordarono che poco dopo avrebbero spento le luci. L’odore pungente di disinfettante e il rumore familiare ed estraneo degli altri mi facevano sentire terribilmente sola. Mi strinsi nelle spalle e presi fiato. L’aria non mi bastava mai e i respiri erano sempre troppo corti. Poco generosi. Ero li. Era la realtà. Non si scappava mica da li. E in quel contenitore asettico senza ricordi e colori ti stringevo forte le mani, calde e stanche, promettendo ingenua promesse impossibili. Leggevo frasi dai libri e cercavo saggezze che ascoltavi silente nel buio di un educato addio. Non ero una donna allora, e quel che ero non bastava. Mai. Ti guardavo con lo stomaco stretto e il nodo in gola di chi avrebbe voluto, voluto tanto ma…avevo solo braccia magre e tanti capelli,  incasinati, annodati, attorcigliati fra di loro per apparire forte, intera, compatta e guerriera. La verità però è che ero esile e incerta. Ero passi affrettati in scarpe pesanti per sembrare sicura. Lo sapevi, vero?… Con la coda dell’occhio mi guardavi timida per l’imbarazzo di come temevi ti avrei vista. Malata. Tu, che da tutte le foto brillavi e illuminavi forte e impetuosa, tu che voltavi persone per strada e riempivi di stupore ogni cosa toccassi, tu che voce squillante e gesti saldi, sicuri, occhi pieni, profondi e malinconici come i miei. Come quelli di papà. Tu, come lui. Tu, dopo di lui. Perchè? Prima e adesso e banalmente sempre, perchè…

La sedia era scomodissima ma la coperta scozzese della nonna mi teneva caldo. Giravo le pagine controllando puntuale il ritmo di quella velenosa scatola gialla. Su e giu. Piano. La ventosa mi ricordò le molle del tagadà di un UNEUR fine anni ottanta, quando 5 punti sotto al mento mi costarono ingiusti una punizione e la rinuncia forzata alla festa di PierGiorgio. La ventosa saliva e scendeva. Ti massaggiavo le gambe e cercavo di ammansire il tuo cuore veloce. La borsa dell’acqua calda con il ghiaccio dentro inspiegabilmente sembrava ti calmasse. Il petto era bollente e dalle trasparenze della camicia da notte fatta a mano intravidi il ricordo dei tuoi seni abbondanti. Pensai a quanti uomini dovevano aver ammirato quelle meraviglie. D’improvviso i tuoi occhi tristi e consapevoli di quella consapevolezza che solo la fine della vita dona e toglie, mi riempirono di vergogna per aver pensato a due tette in mezzo a quel deserto. “Che fai Nina, mi guardi le tette?? Su di te sterebbero male sorella, tu sei bella così, le tette grandi non ti servono” Un tuo sorriso materno mi restituì dignità . Ti accarezzai la testa rasata e percepì con il palmo la timidezza di piccoli capelli che facevano capolino. Dita strette sullo sfondo di asettiche pareti. Luci forzatamente educate e lenzuola dure. Ricordo tutto. Il momento prima. E quello immediatamente dopo. Un vuoto freddo che non puoi toccare, che ti respinge. Il velo che si spezza. L’altra parte.

Ricordo il suono del riconoscimento, il calore di uno sguardo che dice e confessa e perdona e implora. Verità e aiuto. Non volevi niente ti fosse nascosto. Che tutto fosse detto, raccontato. Che fosse poi esempio, guida, ricordo da vivere e sbagliare, non da piangere. Mai da piangere.  Ricordo cose da dimenticare per sentirne poi l’ombra luccicante dietro, sulle spalle, addosso, scimmia dispettosa da abbandonare e poi ripescare. In corsa, al volo e senza troppe domande. Ricordo il pianto sommesso di chi sa e per un istante si aggrappa al non sapere. Al chiedere bugie vere, al coraggio cercato ovunque per non voler essere orfana della morte e per questo della vita. Ricordo il sole velato e malconcio di un ottobre poco romano, un bambino di otto anni che con un maglioncino blu a costine e i suoi boccoli lucidi lasciava cadere  come per sbaglio un bocciolo di rosa rossa. Ricordo le sue spalle piccole e profumate, l’odore della sua mamma e il peso dell’ingiustizia che non ha mai gridato. Ma solo inciampato. Ricordo che sentii con forza che mai avrebbe compreso veramente quella giornata e che quella incomprensione lo avrebbe perseguitato tutta la vita. Ricordo ancora una volta una famiglia distrutta, piegata e umiliata. Ricordo dei pantaloni che ti avrebbero fatto schifo, che avresti criticato fino a farmeli togliere. Che a 24 anni non avevo una borsa e questo era assurdo per te, vero C?!? Ricordo la giacca jeans che indossavo stretta, comprata  7 anni prima a via del governo vecchio, bucata sul taschino sinistro da cui prendevo sempre le marlboro morbide che avevo imparato a fumare da te. Ricordo che avevo le scarpe da ginnastica dell’adidas,  quelle vintage riportate come trofeo dalla tua adorata new york e che sotto quella mise ti avrebbero fatto tanto ridere. “Ma tu veramente sei vestita così?!?” Ridevi di gusto e la bocca rubata alla mamma mostrava orgogliosa un sorriso vanitoso, da ricalcare leggero sotto trasparenze da tenere al riparo. Intatte. Intime. Ricordo una chiesa piena di persone che mai ti hanno amato nella vita di tutti i giorni, di gente che si appropria di dolori altrui perchè incapace di vestire i propri. Ricordo parole amplificate nell’eco di un giorno-nongiorno che avresti pagato a peso d’oro per sentirle pronunciare anche una volta sola, anche solo di sfuggita  mentre ti affannavi all’essere protetta. Al gridarlo, chiederlo. Ricordo la dignità di una donna piccola e immensa. La nonna. E il dolore curvo e mai asciugato di una donna vera e forse poco compresa da noi tutti così come dalla vita. La mamma. Ricordo noi sorelle, in fila, unite, legate a trama doppia, forse per l’ultima vera volta. Ricordo il cammino pieno di rispetto, sotto quella buia navata, di due persone che tuttora amo, il loro gesto di autentica partecipazione nel silenzioso appoggiare quei fiori per te. Ricordo su tutto, però, il cuore spezzato di mia madre. La sua silenziosa discesa verso un dove di cui perdemmo le tracce fin dal primo, omertoso passo. E il piccolo, boccoloso J. I suoi occhi vuoti e colmi, la sua confusione e il non sapere, capire, cosa stesse veramente accadendo. Come lui anche io non capivo. Cosa veramente sarebbe venuto. Sarebbe stato possibile un dopo? Come poteva sopravvivere un dopo su tutto quel dolore cementificato? Come?

Ricordo l’ultimo saluto. E non fu di certo quello che ti baciai a occhi sigillati in quella ingorda mattina di ottobre. L’ultimo saluto fu quello ridacchiato di quando sciocco e scontato ti venne chiesto: “e Nina, Nina com’è come infermiera?” E tu, sicura e di sfida come sempre, voltando la testa verso di me rispondesti: “Nina? E’ bravissima Nina. E’ mia sorella”. Appoggiata alla parete di fronte, in un battito di ciglia, strinsi forte i pugni piccoli e trattenni alla perfezione, come solo la diligente pratica consente, lacrime dense e un amore che non conoscevo.

(Fascino acerbo e ombroso. Sfuggente animale pieno di paure e sicurezze lasciate ad affamare. Tuo figlio, inquieto come te e chiuso nei suoi lamenti silenziosi. Dove la strada per entrare in quei silenzi? Raschiarli, denudarli e rivestirli inediti di calma e perdono. Devo mantenere le promesse impossibili e restituirti il senso di quelle parole.

Perchè bravissima non lo sono in niente, ma sorella posso ancora provare. E chissà, forse riuscire)

Annunci

Sotto gli occhi, piccoli nei.

La barba mi sa di casa. Mi sa di caldo di qualcosa che contiene. Protegge. Quando da bambina leggevo storie di ritorni il simbolo che ne disegnava il percorso, la lunghezza del viaggio, era la barba. La visione di un uomo stanco con gli occhi colmi di immagini e il cuore saturo di mancanze.  La barba mi raccontava del punto di incontro fra la dimensione della lontananza e quella dell’attesa. Uno spazio rarefatto dove i due universi chiudevano fuori tutto il resto. Li rimaneva solo quello che dell’uno l’altro aspettava. Così immaginavo il passo veloce dell’entusiasmo di chi resta, lo stupore, la timidezza di un desiderio a lungo appoggiato, li, dove lo vedi con difficoltà nello scorrere del giorno, nelle accortezze delle cose da fare, nell’affanno di quelle cui rinunciare, ma che non cede mai il passo al dimenticare. A quello che era senza quello che è stato. Il ritorno.

Ti aspettavo tutte le sere come si aspetta un papà. Giocando su un tappeto e sfuggendo a un rimporvero. Una sera poi, ho smesso di farlo. Il tappetto era diventato un luogo senza appigli e tu non ti affiacciavi più.

Senza ricordare i piccoli anni che si contano su una mano sola, qualcuno urlò brusco di uscire dalla cesta dei giochi dove mi nascondevo quando percepivo che qualcosa non andava. Sono uscita e le luci erano spente. Il vestito della mamma era sbiadito e i capelli delle mie sorelle diversi. Anche la mia faccia era diversa, le ginocchia non si sbucciavano più negli scivoloni sul marmo lucido del salone e il parquet del corridoio aveva smesso di scricchiolare. Tutto era in silenzio. Estraniante attesa nel chiasso di una strana festa dove ognuno mi era improvvisamente estraneo.  Anche la vicina mi sembrava sconosciuta.  E anche la cesta dei giochi non era più la stessa. La mia voce era cambiata e i miei occhi non ti trovavano più. Eri fra le ciglia, umide e scure. Impigliato in un nodo che stringe e non molla. Nascosto da quel velluto bagnato e imprigionato li. Fuori da me.

Fra le mani stringevo un topolino dalle orecchie giganti che amavo fedele da quando avevo avuto gli orecchioni. Che storia quegli orecchini li papà. Il lettone era caldo e la luce del comodino mi ricordava i racconti di Poe. Tu ti alzavi e andavi in bagno, poi tornavi e dopo avermi messo le gocce calde nell’orecchio mi posavi piano la tua mano grande li dove mi faceva male. Il topolino era di spugna e aveva una tutina celeste. Gli stringevo la zampa e ci strusciavo su il dito liscio. Era un po ruvido e quel contrasto mi rilassava.

Rarefatto. Di nuovo. Ancora. Lontananza e attesa.

La gente parlava, qualcuno perfino rideva e mangiava qualcosa. Mia madre aveva un vestito bellissimo ma era triste. Bellissima e triste. Ma come sempre educata e all’altezza. “Composte bambine, composte”. Che io composta papà non lo sono mai stata e nessuno infatti ci ha mai creduto alla storia del vestitino blu e delle calze bianche al ginocchio. Che io tendevo sempre li dove mi veniva detto “no!” Infatti papà, e non ti arrabbiare poi che ho disubbidito alla nonna che mi cercava e  mi voleva sistemare il vestitino, io in tutta quella gente, alla quale dal mio nascondiglio vedevo solo le gambe, cercavo un po’ ebete la tua faccia, sperando che, chissà, a un tratto saresti entrato dalla porta grande del salone e avresti fatto smettere quell’assurda macabra teatralità a mezz’asta. Persone fatte solo di gambe, voci senza busto, senza facce, perchè di faccia io, da li, volevo vedere solo la tua. E se vessi avuto la barba, papà, magari un giorno poi saresti tornato, il tappeto sarebbe stato ancora quello dei giochi e la mamma avrebbe smesso di essere educata.

Santè…

(ti ricordi mica se il destro è più grande?..il mio si, per dire..)