Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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La romantica danza dei gamberi. Il mio modo maldestro di stringere i pugni.

Ho un nodo in gola che mastico e mando giù. Ingoio e rimastico e poi ancora ma niente. Movimenti disciplinati e meticolosi. A volte involontari, altre indirizzati e ancora giusti, precisi. Vorrei non essere l’estranea che vedo da fuori. Una sottile donna incazzata con il mondo per non essersi fermato e aver azzerato tutto. Una volta, ancora.

(di notte penso spesso a un tratto di strada che facevo a piedi quando abitavo nella mia vecchia casa. Quella in cui sono cresciuta. La casa che costruì mio padre. L’unica che io abbia mai percepito come mia, come “casa”.  Un tempo sono stata una fumatrice  e comparre le sigarette era come accendersi la prima della giornata: doveroso e intimo. Per arrivare alla meta passavo in un viottolo che costeggiava la via cassia. Le macchine correvano ma li sopra io mi sentivo al sicuro. In salvo. Qualche cane portato al guinzaglio, bambini con tricicli e io con le mani in tasca, i pantaloni verde militare comprati a via Sannio, una maglietta grigia con le maniche lunghe blu e i capelli ancora umidi dopo la doccia. Una scritta mi perseguitava: “20 belle roselline”. Era il mantra del baracchino di fiori. E ancora oggi, ogni tanto, mi si accende nella testa lampeggiando fastidiosa e insistente come di certo non facevano le sbilenche lettere scritte a mano su un pezzo di cartone appoggiato al vetro. Ricordo che arrivavo al tabacchi passando prima per il bar, prendevo un cappuccino chiaro con tanta schiuma e un pacchetto di vigorsol senza zucchero. Ultimamente penso spesso a un giorno vago, senza titoli, verso sera. L’odore del tempo caldo che arrivava e il distributore nuovo con tutte le sigarette tranne le mie. Canticchiavo Polly e a tratti ripetevo l’inizio del capitolo sul circolo di Vienna. Mi fermai su una panchina davanti al bar e fumai lenta mentre guardavo il vecchio alla cassa che sistemava le monete. La cenere mi volava addosso. Il vento era velluto. Ero maledettamente felice quel giorno, solo che non lo sapevo.)

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Il titolo lo metto domani. Domani è un altro giorno. La dieta la comincio domani. Perchè domani si fa credito. Domani si vedrà.

Voglio mettere un segnale di divieto sul cuore e sbattere forte gli occhi. Non so, forse per cambiare scenario o forse solo per farli lacrimare. Dice che poi tutti i pezzettini di troppo vengono sputati fuori. Allora alzerei le braccia come per farmi tirare su da qualcuno seduto più in alto e soffierei fortissimo come quando si soffiavano i soffioni da piccoli, quando tutte i piumini correvano via e il sole accecava “gajardo e tosto”.

Voglio cacciare tutto lo sporco e buttare vie le sbavature. Indossare il vestito da pirata della quarta elementare e inforcare il vuoto, ingurgitare felicità e dimenticare di mettere la mano davanti alla bocca quando sbadiglio. Arrangiarmi come posso e contare monetine. Cantare mentre stendo “Happiness ia a warm gun” e ripetermi all’infinito che la canto da dio. Odorare la buccia dei mandarini e leccare il sugo con la faccia nel piatto. Sentire il cuore che batte e assicurarmi che sia tutto in ordine, nel disordine. Guardare ancora ridere papà e appoggiare la mia testa sulle sue gambe dentro pantaloni di velluto anni 70. Trovare al mattino gli occhi azzurri della nonna e stringere il dito indice di mia sorella.

Sono una donna con desideri da bambina. Mani piccole e giorni faticosi da arrampicare in salita con il fiato tirato. Dovrò fare dei conti e dovrò farli precisi. Senza errori. Concentrarmi sulla colonnina dei più e passare diligentemente ma senza esagerare a quella dei meno. L’indulgenza con se stessi andrebbe sempre praticata. Una sorta di morbido mantra da ripetere con garbo e perseveranza. Allora indosserò le mie ballerine preferite i pantaloni sixty e una margherita grande nel taschino della giacca. Metterò lo smalto che adoro e lascerò cadere dietro di me piccoli sassolini arrotondati e mandorle fresche. Mi legherò in alto i capelli e mangerò delle patatine in busta facendole appiccicare al palato, lasciandole sciogliere così, piano. Da piccola millantavo una particolare tecnica nel farlo. Come il rotolino con la lingua, la verticale al mare e l’acqua saponata per le bolle di sapone. Penserò al bordo dei tramezzini nani e a quanti sono in grado di mangiarne. Alla pasta fatta in casa a natale e ai capelli-labirinto di mia madre. Immaginerò di attraversare Abbey Road e arrivare dove so. Salire la Rambla e guardare in giù da ground zero. Correre nell’erba della Provenza e fumare quella di Johannesburg. Sorridere davanti alle scuole aperte di Kabul e piangere dietro a un muro a metà a Bagdad. Mangiare falafel bollenti e bere thè alla menta a Dahab. Galleggiare ad occhi chiusi nel mar morto e ballare malissimo il tango senza scarpe a Cordoba. Vomitare a Pankow e fare finta di essere negli annia sessanta a Cristiania. Meravigliarrmi del colore del Gange, alle sei, nel mese di dicembre. Perdermi una scarpa a Nizza e maledire l’acqua del rubinetto di Aquaba. Faticare in bici sulle salite San Francisco e riposarmi esausta a Marrakesch. Camminare all’indietro a Gerulasemme e respirare pianissimo, incantata, sul monte degli ulivi. Accarezzare le ciglia in un letto salentino e fare promesse che stringono. Festeggiare la libertà a Pristina e mangiare gamberi fritti a Dubrovnik. Prendere le botte e rompermi un piede mentre pacificamente manifestavo – in una città – italiana – nel 2001. Guardare le montagne dell’Arabia Saudita e non volere più tornare. Scrivere cartoline e poi mail sulle scale di Santorini. Perdere valige a Paros e non trovarle mai più. Accorgermi di non avere il passaporto alla frontiera austriaca e bere mate a Lima. Sbagliare treno a San Sebastian e ridere sensa sosta a Pamplona. Baciare il suolo del Suriname e piangere senza farmi vedere a Montparnasse. Perdermi al freddo in piazza Dam e ritrovarmi al caldo faticoso di Maputo. Benedire due braccia aperte alla stazione di Milano e sentrmi finalmente a casa davanti ai murales del villaggio globale tornando a Roma. Romamiabella. Sempre.

Penserò a tutti questi fotogrammi di vita. E a tanti altri. Al fatto che immagianrli, ora, è solo un dettaglio, stupido. Che un viaggio in un tubo rumoroso in fondo può essere solo un dettaglio. In una vita. Ditemi in bocca al lupo ninA, mandatemi un bacio rumoroso e ricordatemi di quando mi venne il singhiozzo all’esame di maturità, un’attacco di orticaria durante la mia sessione di laurea, una caduta di faccia mentre firmavo da testimone e il vuoto siderale mai colmato davanti a una platea. Ricordatemi che sono buffa, che secondo me ho il polpaccio troppo corto rispetto alla lunghezza della gamba, che detesto la frase”ci prendiamo un caffè” e che sono leale. Non baro. Mi si vince facile a me. Sono quella che si vede, non ho fondina e capienti cilindri. Non baro e quindi neanche stavolta lo farò. Andrò li con quel che ho. Patteggerò un “cambio”, forse, ma lo farò a mani aperte. Tanto con lei conviene armarsi solo di coraggio. Io ne ho, ma si accettano suggerimenti. Anzi, no. Accetto confetti. Alla mandorla ovviamente, da mangiare in silenzio a casa mia quando tutto questo in un modo o in un altro sarà finito. Ho sempre adorato i confetti alla mandorla. Una volta ne ho mangiati esattamente 27.

suerte!