Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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Da perdonare.

Ascoltavo St Vincent quando ho realizzato aver abbandonato parole che meritavano di rimanere con me.

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Poche cose.

Ti ho detto che ero triste. E tu mi hai risposto “perchè sei felice”.

Può avere un peso la felicità? Avrei tanto voluto credere ai tuoi disegni di sorridenti futuri, dove nessuno porta con sè il ritratto simulacro di quello che è stato. E’ stato?

Non era che una stanza, nemmeno mia. Vestiti appesi e un po’ di ordinario disordine. Tanti ricordi e troppe porte sbattute. Eppure li, fra i tuoi fogli, ero semplicemente spettinata, profumata e tiepida. Di quel tepore che al mattino ti fa spazio fra le gambe e inchioda desideri. A intrecciare stupori e promesse distratte.

Perdona il mio animo bucato.

(un tempo trovavo i chicchi di arabica estremamente romantici e allegri.

Ripetevo a memoria il Candide e aspettavo buona e paziente, facendo finta di essere così. Buona e paziente.

Intorno era la brina e calpestarla, era solo peccato.)

Di lune a cavalcioni e ragioni a metà.

Giorni distratti. Fatti di tutto e soprattutto di niente. Ti bastavano quei giorni? Mi manchi, sai. Cantavamo “ho visto Nina volare” e urlavamo di disegni mai colorati.

Mi passi il verde prato? Era al monticchio, così lo chiamavi, un mare di spighe e stagioni infinite. Sudati e abbronzati. Felici. Felici di quella felicità che non basta mai, sfregata in punta di vita a consumarla tutta, tra segreti a bassa voce e dislessiche confessioni.  Dove vai senza di me!?! Paure sbiascicate e mani da sciogliere. Mi hai creduta? Memorie, saluti. Anacronistici incontri e milioni di parole. Quante parole? Quante, èh? Della visonaria malinconia del polpo, per dire, ne vorrei parlare con te. Anzi, credo ne farò uno scritto illustrato. Perchè..che bello e poetico è un esserino che sputa perle di inchiostro e ha mille braccia per potersi abbracciare anche da solo?

Stringimi piano. L’erba era bagnata e mi solleticava le caviglie. Starnutivi e ti toccavi il naso. I grilli incorniciavano storie di un tempo passato e il nero odorava il pacchetto di marlboro morbide che si spargevano curiose in quella mia inutile borsa di tela. Abbiamo promesso. Promesso con la mano. Domani poi, che ne so, vediamo.

Oggi però prendiamo ancora la rincorsa, e magari mica per andare lontano, no, ma già se riusciamo a sentire il vento sulla faccia allora fidati, può andare bene. Il tempo ribelle…amico mio, lascialo. Siamo vecchi, facciamo la differenza. Io sto qui  e il ritardo non mi spaventa più.

Tra il giallo delle spighe, ora, qualcuno ti chiama forte papà.

(che poi io alla storia sgangherata sugli ufo non ci ho mai creduto…facevo finta, così tu raccontavi il cielo e io dormivo un po..)

Analogico/digitale.

Ci sarà un tempo fatto di caprifogli, dove si sperimenterà il noi e non si ammiccheranno sentimenti in perenne scadenza. Dove i fax simili di serenità a tempo determinato non ci faranno tremare. Ognuno per sè.

C’era una cosa che mi faceva sorridere: il tuo senso di spaesamento di fronte all’inevitabilità del “dopo”. Cosa succede dopo? e dopo? chi viene dopo? L’imminente senso di smarrimento per ciò che sarebbe stato solo in un momento postumo.

Nel fra-(t)tempo soggiorni nel disimpegno e ti meravigli di quello che passa e lascia. Il tempo. Arriva  e prende. Lo guardi stupito e assente come si guardavano i tram sul lungotevere nelle sere di fine settembre, quando il campo era sfuocato e per sbaglio, solo per sbaglio, lo scatto era poi splendido. “Non c’è obbiettivo se non c’è cuore”. Ripetevi.  Allorecchio, piano piano, ti dicevo che “non smette mica di passare, al limite sei tu che ti fermi”. Esattamente come stai facendo ora, maledendo i forse e giustificando il tutto con pregiatissime note a piè di pagina. Di default mi chiedi se hai sbagliato, e a fatica trattengo il timore dell’incomprensione che da sempre mi porto dietro e che ancora non so dove lasciare. Perchè inquina. Inquina e rovina tutto. Io questo lo so.

(Ci avevi mai pensato a quelle a fine capitolo? )

Ho smaltito rifiuti e rammendato discorsi. Ora sono io che mi fermo. Mi fermo senza voler aspettare.

Zenzero e cumino, lasciati li…..

Era di maggio. (a darsi le mani e chiudere il cerchio)

Perchè se mi parli di quello che era e ora non è, perchè se con la forchetta trascini briciole distratte parlando del nulla e guardando ovunque tranne che qui, ..allora dove va a finire il senso? Perchè infatti va a finire. Ma lo sai.

C’era qualcuno, nei lenti pomeriggi, che disegnava i contorni delle cose e ne cercava l’origine con alchemica curiosità.

Perchè poi se vai via allora io quasi sono contenta (che non è felice ma contenta), raccolgo i pezzi e riordino i forse. Distinguo i però, li peso e ne osservo la diveristà. Prima persona singolare. Seconda persona singolare. Ma come la si osserva una diversità se gioca a nascondino con altalenanti scuse di comodo? Se la si copre come fosse qualcosa da disprezzare come fosse il brutto da cancellare?

Please, please me.

(e poi non lo so se sono la seconda persona singolare. O la prima).

Ri-ordini.

Che poi a doversela inventare una felicità forse c’è anche più gusto.
Solo poi bisogna crederci. All’invenzione e all’inventore.

Di modalità inespresse e di supermercati dove non vendono i sentimenti. (da supercose, perdire, il reparto bio non ha le zuppe di legumi e le gallette di mais sono quelle alte, spesse, che sembrano polistirolo sparso la mattina di natale)

Servirebbero cartoni d’amore a lunga conservazione.