Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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Twins.

Le persone dicono cose affrettate. Senza calore. Senza verità. Fanno domande, vogliono sapere. Però poi, spesso, accade che non vogliano veramente ascoltare. Capire. Domandare per sapere, per sapere se quello che pensano è corretto, domandare per avere qualcosa in cambio, domandare e basta. Chiedere. Chiedere senza voler ascoltare. Puro riempimento di un ego mal cresciuto, vestito a casaccio e imbellettato da pesanti orpelli.

Tu, eri così.

Tu.

 

Mentre spingevo il citofono mi guardai le unghie e decisi per la milionesima volta che non le avrei mangiate più. Stronzate.

Salii le scale di corsa facendo i gradini due alla volta. Arrivai con il fiatone, mi sistemai i capelli, tolsi il cerchietto dal naso e respirai ripetendo piano quel che Rita, la madre fricchettona di C, aveva cercato di insegnarmi durante l’estate: “Io sono calma, tranquilla e rilassata”. Inutile formula del training autogeno. Mai capito. Mai imparato.

Quel giorno indossavi gli orechini d’oro bianco della nonna, i capelli perfettamente raccolti alla nuca e il tuo sistematico sorrisino ad accogliermi. Mi hai aperto la porta e mi hai tenuta li, davanti a te per un tempo infinito. Infinito come quando dieci secondi sembrano un’ora e un minuto un respiro troppo corto in una corsa cronometrata. Hai fatto cenno di entrare. Eri misurata in tutto tu e anche un gesto banale diventava motivo narrante della tua necessaria eleganza. Necessaria. Quanta fatica sprecata nel nulla, quanto tempo perso a riflettere te stessa invece di provare a comprendere. A imparare ad ascoltare.

Mi sono seduta sul divano e ho aspettato dicessi qualcosa. Qualcosa di tuo per non farmi sentire fuori posto, capitata per sbaglio dentro qualcosa di non accessibile, “FRAGILE NON TOCCARE”. E’ stato sempre così con te. Un tutto gigantesco e meraviglioso nel quale io a malapena trovavo angoli per un casuale ristoro. Quel ristoro che si da a chi non si conosce, a chi arriva da lontano e ha bisigno di conforto. Così siamo sempre state per te. Così diverse da te, così uguali a lei.

Sei andata di la e ne sei tornata con una busta. Una busta bianca, chiusa. Mentre accavallavi le gambe aggiustandoti con garbo la gonna ricordo che pregai con tutta me stessa che non fosse come pensavo. Contai in un secondo tutti i campanili delle litografie in bianco e nero appese sopra il tavolo, immaginai che dall’arco della porta del soggiorno sarebbe spuntato qualcuno a dirigere il tutto come si fa con un’orchestra di strada, un’immagine di felliniana memoria, suoni di festa e figure urlanti piene di surreale genialità. Ripensai ad 8 1/2, ai fantasmi di Guido, a mio padre che adorava Fellini e sapeva a memoria tutti idischi di Battisti, ripensai alla tromba di baker che aleggiava nello studio la sera, ai discorsi fatti male dell’ubriacatura e ai pianti sgocciolati sulle sbucciature dell’asfalto estivo. Un puzzle di ricordi mai finiti. Lasciati li, sospesi, adombrati dall’assenza del loro finale, quello che ci si aspetta dalla vita vissuta. Quella di sempre. Banale e quotidiana. Meravigliosa.

Mentre la grancassa rimbombava e i sedili dell’alfetta si sporcavano del piedone fragola e cioccolata, un altro file si aprì, e uscisti tu, austera e noiosa come il passato di verdure dopo un pomeriggio di corse. Anche li avevi i capelli raccolti, ma gli orecchini della nonna no. Non potevi allora, non ancora. Tu e la tua noia mortale, le tue regole del “questo è necessario” e i tuoi discorsi infarciti di pesanti facciate da appendersi addosso. No, non ancora.

Avevi un vestito verde oliva e una busta in mano come adesso. Adesso. Quella era la realtà. E la busta era vera. Tu eri vera.

Pregavo che non facessi il gesto che temevo. Pregavo che qualcosa di umano mi sorprendesse. Che tu azzardassi qualcosa di vero, qualcosa di tuo. TUO! Capisci!?! Qualcosa per me da te. Pregavo e le immagini di prima diventavano sfondo disordinato e fastidioso. Provai a concentrami su di te, sulla busta. Ritagliai un riquadro e ti illuminai come su un palco: eccoti li, l’occhio di bue sulla tua faccia gelida! Avevi vinto, io avevo paura di quello che avresti fatto e tu lo sapevi.

La busta non era vuota. Era pesante e gonfia. Chiusa male e viscida. Il tuo gesto, squallido e umiliante. Per te. Io provai vergogna, certo, mi vergognai di essere la testimone di quel primo piano mal girato, senza nemmeno la soddisfazione di deciderne i dettagli.

Mentre uscivo a testa bassa rischiando di inciampare nelle moine del tuo stupido gatto, dicesti “aspetta” e con un ridicolo accento di circostanza improvvisasti un congedo di cordialità. Cordialità. Mi hai fatto pena.

Guido e i suoi fantasmi uscirono con me. L’alfetta di papà, Battisti cantato, Baker suonato, l’odore del sigaro per le scale  e l’orchestra felliniana a colorare i vuoti che avevi lasciato. Tutto il carrozzone di immagini mi seguiva in silenzio. L’aria era fresca, erano le sette di una domenica di fine settembre. Nella tasca della salopet blu avevo dieci-mila-lire e un leccalecca panna e fragola. Misi la busta nel cruscotto dell’SH e girai una cannetta. Il giorno dopo avrei inutilmente urlato a squarcia gola a David Gilmur di fare “IF”. Era fine settembre del 94. Quel concerto fu epico. La busta bianca la buttai sul lungotevere mentre pensavo alla faccia che avrebbe fatto Syd Barrett se avesse suonato shine on you crazy diamond su quel palco. Pensai a C e al suo bacio morbido, alle sue ciglia bionde e salate sullo specialino sotto casa, all’amaca sudata e stretta del lago di martignano e al freddo che da li a breve avrebbe fatto su quel tratto di strada la mattina alla otto meno un quarto, quando le otto si fanno in un attimo, la sigaretta si brucia subito e quella bocca mi avrebbe sfiorato veloce.

Ripenso con tenerezza a quel mio gesto senza criterio. Felice della sua leggerezza nella pesantezza di quel che significava.

Hai vinto, si, ma solo nella frazione di secondo che ti ha permesso di non pensare allo squallore della tua vuota volontà. Il resto è solo paura e stupidità. Hai avuto paura tutta la vita. E io mi vergogno un po’, sai, ma..non mi manchi affatto. Non mi manchi affatto..no. Non saprei nemmeno come pensarti, chi fossi. Non mi hai permesso di capirlo e allora va bene così. Si.., qualcuno mi direbbe… che va bene così…

Ti ho aspettata tanto. Ora ti ricordo amara.

(..se mi fermo sento un suono avvicinarsi piano,

passo dopo passo, incerto, come a piedi nudi nell’erba..

..é la malinconia di quei capelli corti asciugati al vento del monticchio,

 delle spighe dorate nascoste addosso

e della voce giovane di una donna fascinosa che chiamavamo Marìca.

Mia Madre.)

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