Requiem per incastri. Parole sconnesse, scoscese, scomposte.

Di giorni ambrati e di cubi di rubik che non si finiscono mai.

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D.

(Distratta) Oggi mentre camminavo per Milano ho pensato che in fondo quella città mi è più amica di quanto Romamiabella non faccia da tempo. Ho guardato le persone nella metro e nessuna mi sembrava ostile. la giornalaia mi ha addirittura domandato se avessi poi trovato via mose bianchi 71. E allora ho vagato e vagato ancora, stordita dalle parole di quel dottore sempre un po’ strano e dal suo imbarazzato modo di fare nei mei riguardi. Oggi però mentre mi asciugava i piedi ho notatao un fare gentile e un infantile garbo color pastello. Non che ormai queste piccolezze mi tocchino, forse però un po mi indicano, da lontano, almeno un po’. Poco ma.., un po’.

(Disfuggita) Ti ho aspettato ancora, sai? L’ho fatto come una stronza credendo che da un momento all’altro un viso familiare mi avrebbe sorriso e ammansito come un tempo. Poi però ho voltato l’angolo, il cielo si è aperto e la vescica ditero al piede faceva un tantino meno male. In treno ho dormito, sognando, a tratti, quando alla stazione mi venivi incontro spalancando solo le braccia senza dire una parola. “Ma cazzo ma dimmela una cosa!!”. Dovevo per forza dire una parolaccia; chissà, il turpiloquio credo mi doni in fondo. E’ roba mia. Sebbene sappia non sia roba di cui farne un vanto.

(Dimaleinpeggio) Milano sushi e coca, davvero molto poco. Troppo poco. In questo periodo secco e gualcito, squattrinato e poco incantato, carico di discorsi per pochi intimi e corse faccia al muro. Milano sushi e coca poco. Pochissimo. Niente.

(Dituttounpo) Milano dove ogni volta vado e spero in un risultato migliore. Piccolo, insignificante ma “risultato”.

(Ditempichefurono) Così penso ai compiti delle vacanze, al terrazzo con le pistrelle arancioni, ai ragnetti rossi spiaccicati vicino ai vasi, alla pizza bollente, alle susine a bordo piscina ai “ninaaaaaa è pronto sali!!”,  a mia madre abbronzata e odorosa di casa all’angolo assolato di quel pezzo di felicità al secondo piano di quella che era la mia tana di bambina. Adolescente. Ragazza adulta, scontrosa e incazzata con tutti ma in fondo solo troppo delicata e fragile per presentarsi a mani vuoti davanti allo specchio dei conti fatti.

(Digiorniandati) Quando ho aperto la porta di casa ho rimescolato tutto il fiato tirato della giornata. Dalla sveglia non sentita delle 7 al treno perso, a quello ripagato, alla Milano sotto la pioggia, sotto il sole, davanti al barbuto silenzioso, per le strade piene di parole, nella metro sudata, seduta sul treno a sonnecchiare, nei pensieri spauriti alla ricerca di un “non te”.

(Digiorniamari) Ho mangiato troppo e pianto troppo poco. Perchè a pensare che ti sia bastata una scusa qualunque per non volermi vedere, ancora non so come e dove abbia trovato la deleteria sfrontataggine di non piangere.

(Digiornivinti) Ciao Nina, a volte i ritorni fanno bene. A volte no. A volte invece non fanno nulla. Semplicememente, mettono il segno. Uno.

(Digiornisoprattuttovinti) Io intanto scaldo l’acqua. Che le tisane, a me, piacciono bollenti anche d’estate.

Nel cesto dei perchè. Camuffati saluti.

Satura di altrui indicazioni per il mio utilizzo, farei volentieri a meno di come sono fatta ma ho smarrito la strada del ritorno e con me stessa in una mano e i tuoi puntini di sospensine nell’altra faccio anche fatica a camminare diritta. barcollo come il fuoco e stono persino le note che conosco meglio. Le ho scritte diligente su un pentagramma muto, ricalcato sulle tue promesse e sgualcito dai miei salti a piedi uniti.

Crema di nocciole, mandorle, crema di nocciole con mandorle, senape, carote, kiwi.

Ordini casuali su scelte poco digeribili. E le tue parole sono comunque più disordinate dei mie menu notturni.

Altalenanti miopie e sviste emotive.

Quando le persone lasciano il tempo che tu hai fatto trovare loro. Inutile recriminare poi.

(di quando uno pensava che, e invece affatto)

di come la notte sia fatta per essere banali.

Sono annoiata.

Le persone mia annoiano. Mi annoiano le cose dette perchè non si ha il coraggio di dirne altre. Le scuse di comodo. Le spiegazioni inutili e i complementi finti. Mi annoiano i  pensieri banali, come questi, e le frasi smielate. Mi annoiano le persone piccole e superficiali, e mi annoia di brutto il fatto di notarlo, di accorgermene. Mi annoiano le promesse fatte  e mantenute male. Quelle a dir la verità mi fanno forse più tenerezza che noia. Tenerezza spicciola, da buttare. Via. Mi annoiano le donne con la scritta in fronte “scusate avete mica visto un pisello disponibile?”. E’ pieno tesoruccio, togli pure il cartello. E’ sufficiente che ti strusci un po. Con discrezione, grazie. Mi annoiano gli uomini con un biglietto in tasca con su scritto “sono prevedibile e scontato ma farò finta di stupirti”. Già visto, gentilissimo ma… avanti un altro! appunto. Mi annoiano le parole vuote, ma non perchè svuotate del loro significato ma perchè incapaci di contenerne alcuno. Mi annoia chi deve, necessariamente, fare sciupio vistoso del proprio bagagliuccio di sapere. Trito, ritrito, stantio. Tipo: la parola pianosequenza. Sta diventando più inflazionata di cazzo. Ma poi lo sapete cosa minchia sia sto benedetto pianosequenza? La risposta non conta. Le risposte contano sempre meno. E il che non è preoccupante ma normale. Già. Mi annoiano i cattivi gusti in fatto di musica, i film di ozpetek e chi si ostina in loop a dire “però le fate ignoranti che filmone!!”. Mi annoia il cibo pesante e le donne che passano la loro vita a cucinare.  Il marito magari si spacca il culo fuori casa dividendosi fra tre lavori, ma loro no!! che le brave mammine stanno  a casa a fare tortine perfette e paste sempre al dente. Cose fondamentali nella vita di ogni bambino sano di mente, mentre tu, donna che lavori sei la causa di ogni neo sul culo di tuo figlio. Tipo: “il bambino mentre disegna usa molto il colore verde signora. Non sarà mica perchè lei lavora madre sciagurata che non è altro??” Inezie. Concentriamoci sul QI di renzo bossi. Meglio. Mi annoia chi non sa mai chiedere scusa e chi sa sempre come, quando, perchè hai detto la cosa sbagliata, nel momento sbagliato alla persona sbagliata. Loro ovviamente psseggono doti divinatorie. Mi annoiano le cattive maniere e quelle forzatamente perbene. Mi annoiano le maestrine a tutti i costi e chi è vecchio dentro. Mi annoia chi si veste di rosa.  E ovviamente mi annoio io che per ognuna di queste inutili stronzate ho un motivo serio per non riuscire a dormire stanotte. E soprattutto mi annoio terribilmente per aver scritto un tipo di post che nel mio blog mi ero ripormessa di non scrivere mai. Mi manca un poesiuncola strappalacrime – ma anche un po erotica ma anche un po io sono inpenetrabile ma anche se ti avvicini riparliamone – in un’esistente metrica, un avatar con un capezzolo che si vede e non si vede e posso spararmi in allegria. Ma tant’è. Che a settembre si dice “da quest’anno bla bla bla” e che da lunedì si iniziano sempre cose. Che domandare è lecito e rispondere è cortesia. Sempre. Cosa centrava? Nulla. Appunto. Tutto sotto controllo come la punteggiatura che non uso “a dovere”, la disgrafia, le maiuscole che non metto e altre mille stronzate che vanno benissimo così. Credetemi.

Le mie mani sporhe.

Ho rattoppato finestre rotte e smerigliato diligente vetri pesanti. Io sapevo che mi spiavi e tu sapevi benissimo di cosa avessi relamente bisogno. Allora perchè? Erano piaghe quelle che avevo sulle mani, piaghe sporche e intossicate dal senso del “mai”. Quel mai puntiglioso che io non ho voluto capire. E anche ora, anzi no, proprio ora, si, io vorrei averlo gridato chiarissimo quel M-A-I, scandito forte e chiaro come uno spelling di rivincite in fila! Ma no..però..non funziona così, insomma, non si abbinano i mai ai sempre con la stessa scioltezza con cui si mescolava l’estate alle corse sudate sul vialetto di martignano. E allora tu cosa cazzo le hai mischiate a fare quelle carte li?? io ammetterai sono stata onesta, ho da subito mostrato i palmi aperti e ti ho detto che “mica sono capace di giocare alle carte io” no , io le ho sempre odiate le carte, e i giochi da tavolo, e le sere sospese a fare minuscoli pezzettini di carta con i tovagliolini del rive gauche, mentre il tavolo scricchiolava e l’indianino voleva vendermi per 5 euro il mood del momento. No..è che eravamo sbilanciati io e tu.., e quando la cameriera ci poggiava davanti il vassoio con sopra zakapa e cioccolata il mio piede fermava il bilico e con le mani restavo li, immmobile, pronta a parare quel che cadeva, sempre. Attenta. E tu rimanevi li, a guardare giù, dove si fermava il resto che mancavo e che non spendevi mai. Non lo so sai. Di quel tempo sciocco in cui avrei solo mostrato i denti ora ne vorrei un po’. Un tempo di denti bianchissimi e forti di cui farsi vanto e da cui stare lontani. Un tempo sciocco in cui io avrei partorito certezze cieche come micetti appena nati e tu ne avresti fatto nascondigli per occhi bassi e mani saccenti. Un tempo piccolo e grande, bambino e guerriero con la convinzione di esserlo senza macchia o lividi dolenti. Un tempo ingordo dove tutto si aveva e niente si restituiva, dove le giornate scandivano ore diacroniche e i minuti risucchiavano odori mischiati al sole ma asciugati poco. E no, non mi manca quel tempo li. Ma l’idea banale di poterlo avere ancora con quello che oggi ho aggiunto e sottratto.

Ho perso strade certe e non ritrovo i pezzettini di pane che mi ero lasciata dietro. Forse li hai mangiati. O forse chissà, li ho nascosti talmente bene nel buio di quei “mai” che adesso dimentico il ritorno come si dimenticano i ricordi da ricordare.

(corse dinoccolate alla ricerca ingenua di sensibilità altre. Questo vedo intorno. Questo mi fa tenerezza.

“non ti mischiare”, avresti detto.

Vaffanculo,  avrei risposto.

Ma con la coda dell’occhio, poi, piano, avrei rivisto il tutto e aggiunto opportuni separè.

La verità è che sono abituata ad arrivare prima. E non perchè vinca.

Ma perchè ho imparato come si portano le sconfitte. Raschiando con umiltà, poi, la terra da sotto le unghie.

 L’ho imparato senza barare. E di questo ti ringrazio)

Teatralità.

Poi della noia mica sempre bisogna dirne male. Io per dire oggi ne dico gran bene. E a letto mi rotolerò giocosa fra le parole che non ho detto e quelle che non ho giustificato. Sai mica dove ho lasciato i margini?

(avrei da capire cose. Ma scritte su un vetro, mi risulta un po ostico. si.)

Da perdonare.

Ascoltavo St Vincent quando ho realizzato aver abbandonato parole che meritavano di rimanere con me.

Twins.

Le persone dicono cose affrettate. Senza calore. Senza verità. Fanno domande, vogliono sapere. Però poi, spesso, accade che non vogliano veramente ascoltare. Capire. Domandare per sapere, per sapere se quello che pensano è corretto, domandare per avere qualcosa in cambio, domandare e basta. Chiedere. Chiedere senza voler ascoltare. Puro riempimento di un ego mal cresciuto, vestito a casaccio e imbellettato da pesanti orpelli.

Tu, eri così.

Tu.

 

Mentre spingevo il citofono mi guardai le unghie e decisi per la milionesima volta che non le avrei mangiate più. Stronzate.

Salii le scale di corsa facendo i gradini due alla volta. Arrivai con il fiatone, mi sistemai i capelli, tolsi il cerchietto dal naso e respirai ripetendo piano quel che Rita, la madre fricchettona di C, aveva cercato di insegnarmi durante l’estate: “Io sono calma, tranquilla e rilassata”. Inutile formula del training autogeno. Mai capito. Mai imparato.

Quel giorno indossavi gli orechini d’oro bianco della nonna, i capelli perfettamente raccolti alla nuca e il tuo sistematico sorrisino ad accogliermi. Mi hai aperto la porta e mi hai tenuta li, davanti a te per un tempo infinito. Infinito come quando dieci secondi sembrano un’ora e un minuto un respiro troppo corto in una corsa cronometrata. Hai fatto cenno di entrare. Eri misurata in tutto tu e anche un gesto banale diventava motivo narrante della tua necessaria eleganza. Necessaria. Quanta fatica sprecata nel nulla, quanto tempo perso a riflettere te stessa invece di provare a comprendere. A imparare ad ascoltare.

Mi sono seduta sul divano e ho aspettato dicessi qualcosa. Qualcosa di tuo per non farmi sentire fuori posto, capitata per sbaglio dentro qualcosa di non accessibile, “FRAGILE NON TOCCARE”. E’ stato sempre così con te. Un tutto gigantesco e meraviglioso nel quale io a malapena trovavo angoli per un casuale ristoro. Quel ristoro che si da a chi non si conosce, a chi arriva da lontano e ha bisigno di conforto. Così siamo sempre state per te. Così diverse da te, così uguali a lei.

Sei andata di la e ne sei tornata con una busta. Una busta bianca, chiusa. Mentre accavallavi le gambe aggiustandoti con garbo la gonna ricordo che pregai con tutta me stessa che non fosse come pensavo. Contai in un secondo tutti i campanili delle litografie in bianco e nero appese sopra il tavolo, immaginai che dall’arco della porta del soggiorno sarebbe spuntato qualcuno a dirigere il tutto come si fa con un’orchestra di strada, un’immagine di felliniana memoria, suoni di festa e figure urlanti piene di surreale genialità. Ripensai ad 8 1/2, ai fantasmi di Guido, a mio padre che adorava Fellini e sapeva a memoria tutti idischi di Battisti, ripensai alla tromba di baker che aleggiava nello studio la sera, ai discorsi fatti male dell’ubriacatura e ai pianti sgocciolati sulle sbucciature dell’asfalto estivo. Un puzzle di ricordi mai finiti. Lasciati li, sospesi, adombrati dall’assenza del loro finale, quello che ci si aspetta dalla vita vissuta. Quella di sempre. Banale e quotidiana. Meravigliosa.

Mentre la grancassa rimbombava e i sedili dell’alfetta si sporcavano del piedone fragola e cioccolata, un altro file si aprì, e uscisti tu, austera e noiosa come il passato di verdure dopo un pomeriggio di corse. Anche li avevi i capelli raccolti, ma gli orecchini della nonna no. Non potevi allora, non ancora. Tu e la tua noia mortale, le tue regole del “questo è necessario” e i tuoi discorsi infarciti di pesanti facciate da appendersi addosso. No, non ancora.

Avevi un vestito verde oliva e una busta in mano come adesso. Adesso. Quella era la realtà. E la busta era vera. Tu eri vera.

Pregavo che non facessi il gesto che temevo. Pregavo che qualcosa di umano mi sorprendesse. Che tu azzardassi qualcosa di vero, qualcosa di tuo. TUO! Capisci!?! Qualcosa per me da te. Pregavo e le immagini di prima diventavano sfondo disordinato e fastidioso. Provai a concentrami su di te, sulla busta. Ritagliai un riquadro e ti illuminai come su un palco: eccoti li, l’occhio di bue sulla tua faccia gelida! Avevi vinto, io avevo paura di quello che avresti fatto e tu lo sapevi.

La busta non era vuota. Era pesante e gonfia. Chiusa male e viscida. Il tuo gesto, squallido e umiliante. Per te. Io provai vergogna, certo, mi vergognai di essere la testimone di quel primo piano mal girato, senza nemmeno la soddisfazione di deciderne i dettagli.

Mentre uscivo a testa bassa rischiando di inciampare nelle moine del tuo stupido gatto, dicesti “aspetta” e con un ridicolo accento di circostanza improvvisasti un congedo di cordialità. Cordialità. Mi hai fatto pena.

Guido e i suoi fantasmi uscirono con me. L’alfetta di papà, Battisti cantato, Baker suonato, l’odore del sigaro per le scale  e l’orchestra felliniana a colorare i vuoti che avevi lasciato. Tutto il carrozzone di immagini mi seguiva in silenzio. L’aria era fresca, erano le sette di una domenica di fine settembre. Nella tasca della salopet blu avevo dieci-mila-lire e un leccalecca panna e fragola. Misi la busta nel cruscotto dell’SH e girai una cannetta. Il giorno dopo avrei inutilmente urlato a squarcia gola a David Gilmur di fare “IF”. Era fine settembre del 94. Quel concerto fu epico. La busta bianca la buttai sul lungotevere mentre pensavo alla faccia che avrebbe fatto Syd Barrett se avesse suonato shine on you crazy diamond su quel palco. Pensai a C e al suo bacio morbido, alle sue ciglia bionde e salate sullo specialino sotto casa, all’amaca sudata e stretta del lago di martignano e al freddo che da li a breve avrebbe fatto su quel tratto di strada la mattina alla otto meno un quarto, quando le otto si fanno in un attimo, la sigaretta si brucia subito e quella bocca mi avrebbe sfiorato veloce.

Ripenso con tenerezza a quel mio gesto senza criterio. Felice della sua leggerezza nella pesantezza di quel che significava.

Hai vinto, si, ma solo nella frazione di secondo che ti ha permesso di non pensare allo squallore della tua vuota volontà. Il resto è solo paura e stupidità. Hai avuto paura tutta la vita. E io mi vergogno un po’, sai, ma..non mi manchi affatto. Non mi manchi affatto..no. Non saprei nemmeno come pensarti, chi fossi. Non mi hai permesso di capirlo e allora va bene così. Si.., qualcuno mi direbbe… che va bene così…

Ti ho aspettata tanto. Ora ti ricordo amara.

(..se mi fermo sento un suono avvicinarsi piano,

passo dopo passo, incerto, come a piedi nudi nell’erba..

..é la malinconia di quei capelli corti asciugati al vento del monticchio,

 delle spighe dorate nascoste addosso

e della voce giovane di una donna fascinosa che chiamavamo Marìca.

Mia Madre.)